«Le banche italiane sono diverse Perché sostengono le imprese»

La Provincia Varese - 04/07/2017

Sulle banche si è detto e scritto tanto in questi anni: dopo il fallimento nell’ormai lontano 2008 della Lehman Brothers il mondo ha capito che il sistema bancario non era così solido come si potesse pensare. Le banche italiane hanno retto come potevano allo tsunami che la Lehman si è portato dietro: fra strette creditizie, fusioni, fallimenti, interventi di Stato e vicende e situazioni varie oggi il sistema bancario italiano sembra essere tra i più sofferenti in Europa. Giudizio non unanime e scenari come quelli del sistema creditizio italiano si prestano a diverse interpretazioni. Una di queste è stata offerta nell’ambito del quinto appuntamento del ciclo di incontri “Approfondimenti di Finanza – Scuola d’impresa”, organizzato dall’Unione Industriali di Varese. Al centro dell’appuntamento il tema del credito deteriorato in Italia e l’impatto delle nuove normative di vigilanza sulle imprese. La situazione che ne è emersa è complessa. I numeri sugli Npl (Non Performing Loans) in pancia alle banche del Paese sono inclementi: i crediti di difficile rimborso del sistema bancario domestico sono oggi pari a 329 miliardi, il 16,7% del totale degli impieghi. Uno dei dati più alti in Europa. Per esattezza, nella classifica dei peggiori arriviamo secondi, dietro alla sola Grecia, che viaggia intorno al 47% e prima del Portogallo (16,3%). Tanto per avere dei punti di riferimento Paesi come Francia e Germania sono rispettivamente su livelli del 5,2% e 3,3%. «È vero – ha spiegato Andrea Ferretti, dell’Università di Verona e della Scuola di Formazione del Banco BPM – che il fardello di credito deteriorato presente nel nostro sistema bancario è decisamente più elevato rispetto a quello riscontrabile nei sistemi anglosassoni. Ma questo non per una inadeguatezza dei nostri meccanismi di erogazione del credito, ma, banalmente, perché le nostre banche fanno un mestiere diverso rispetto alle banche dell’Europa Centrale». Quale? Quello di sostenere le imprese. «Le nostre banche – ha precisato Ferretti – rivolgono circa il 70% delle proprie attività al finanziamento delle piccole imprese e degli artigiani e solamente il 30% agli investimenti di natura finanziaria. Le banche anglosassoni tendono invece ad invertire queste percentuali». La conseguenza è lampante: «In presenza di una crisi che da otto anni tartassa il mondo delle imprese, sono proprio le nostre banche ad evidenziare bilanci appesantiti da una importante massa di sofferenze». Perché le banche italiane fanno le banche e non speculazione.