Lavoro, l’Ue dà una mano ma Roma frena la crescita

Facile dire Europa, ma bisogna intendersi. Per i sindacati, in particolare la Cisl, significa lavoro: la sua promozione, la sua tutela. Per focalizzare la questione e meglio coinvolgere i candidati impegnati nella campagna elettorale per il rinnovo dell’Europarlamento, il consiglio generale Fim-Cisl dei Laghi ha organizzato un convegno a MalpensaFiere invitando rappresentanti di tutte le maggiori forze politiche. Ad aprire i lavori è stato il contributo di Michele Stagnaro, direttore dell’osservatorio sull’economia digitale dell’istituto Bruno Leoni: «Per cercare la causa dei problemi italiani, conviene guardare a Roma, più che a Bruxelles». Per quanto imperfetto, infatti, il disegno europeo si è dimostrato, al vaglio di dati e analisi, un’opportunità ghiotta e ben colta dall’Italia, che in cima ai propri punti di forza ha l’export manifatturiero, la cui quota maggioritaria prende la via di Francia e Germania.

Neanche a dirlo, con una quota del 27%, la Lombardia è la regione trainante del sistema paese, con la provincia di Milano che svetta in quanto ad esportazioni sfiorando il 10% del totale nazionale e quella di Varese che si assesta al dodicesimo posto con il 2,3%.

Dal 2008, anno della grande crisi, l’interscambio commerciale, ovvero la somma di import-export, traccia una crescita costante che rasserenerebbe, se non fosse per la zavorra del mercato interno, stagnante e determinante a disegnare dal 1995 un indice in caduta libera, quello della produttività media, che colloca l’Italia in coda a tutti.

La conclusione di Stagnaro è che non si possa imputare ad altri le storture italiche e anzi una certa riconoscenza andrebbe accordata all’Ue: «Per i 70 anni di pace che hanno garantito come mai prima nel continente la precondizione necessaria allo sviluppo economico». A conferma della convinta spinta europeista del sindacato, la segretaria regionale Cisl, Paola Gilardoni, ha rincarato affermando che le fragilità italiane sono venute a galla nel 2008 finendo con l’aumento delle disuguaglianze salariali e un calo del 5% delle retribuzioni medie: «D’altro canto, senza fondi sociali europei non ci sarebbero la dote unica lavoro, il bonus famiglia e i nidi gratis». Con le defezioni di Forza Italia e M5S, a dire la loro sul fronte politico sono state Isabella Tovaglieri per la Lega e Irene Tinagli per il Pd. Senza risparmiare stoccate agli alleati di governo sull’accordo con la Cina e i veti opposti a grandi opere come la Tav, la prima ha sostenuto la necessità di una politica protezionistica sulla scia di Trump e una maggiore flessibilità nei vincoli di bilancio: misure che, per la seconda, decreterebbero la fine l’economia italiana, da sempre indebitata fino al collo, e alle quali si farebbero preferire altre, sul welfare e sull’armonizzazione fiscale, «per impedire certe slealtà ai paesi dell’ex blocco sovietico, che vediamo attingere alle risorse europee mantenendo al contempo sotto gli standard minimi i diritti dei lavoratori, con l’effetto di attirare le imprese che se ne vogliono approfittare».