Latouche canta il crepuscolo dell’economia ed è felice

Alla fine della sua lectio magistralis sulla felicitàSerge Latouche ha intonato «Jesus bleibet meine freude» la cantata sacra più celebre di Joahn Sebastian Bach, sorprendendo un po’ il pubblico intervenuto alle Ville Ponti al convegno “La Felicità che non ti aspetti“, promosso da Kiwanis Varese.

Ma se il canto è felicità, allora è un fuori programma che ha un senso compiuto nel ragionamento del massimo teorico della decrescitaeconomica, definizione quest’ultima che Latouche non ama, seppure molto efficace nel rappresentare il suo pensiero. In realtà nel libro “L’invenzione dell’economia” (Bollati Boringhieri) è lui stesso ad ammettere che si dovrebbe parlare di acrescita proprio perché «non c’è alcun legame tra felicità e ricchezza».

L’economista, anzi, il filosofofrancese rompe uno schema iniziando dalle parole, l’unico modo per «uscire dalla mitologia economica». Una affermazione che il professor  Gianmarco Gasparidell’università dell’Insubriariprenderà alla fine della lectio, ammettendo che forse il vero tema della giornata era il linguaggio e le parole che usiamo per definire il nostro tempo. D’altronde è quello che ha fatto Latouche, ovvero smantellare l’immaginario economico corrente cancellando i termini che lo sorreggono a partire dal famigerato prodotto interno lordo (Pil).

La perdita delle felicità inizia dunque con la confusione e la corruzione del linguaggio che innesca falsi desideri. «Il Pil misura qualsiasi cosa ma non ciò per cui vale la pena di vivere – continua Latouche – è la mercificazione del mondo. Si deve trovare il senso della misura per reincastonare l’economia dentro il sociale, il culturale e il politico».

L’intellettuale francese cita il subcomandante Marcos, un uomo che ha scelto di ribaltare l’ordine costituito restituendo agli Indios del Chiapas (Messico) le parole native, negate dai conquistatori. Parla dell’esperienza di Banca Etica e degli economisti della scuola di economia “civile”, a lui molto graditi, un gruppo che fa capo al professore Stefano Zamagni Luigino Bruni e Leonardo Becchetti, studiosi considerati l’avanguardia di un nuovo lessico economico. Insomma, Latouche mette in rete i cuori e le menti di chi vuole un mondo diverso, più in linea con il Bhutan, piccolo regno himalayano dove la felicità dei cittadini conta più del Pil, che non con la ricca America di Trump.