L’ascensore sociale è rimasto bloccato

La Prealpina - 27/12/2018

In Italia c’è poca mobilità nelle professioni, i figli tendono a seguire i genitori, ereditando non solo la professione, ma anche lo status e lo stile di vita. Lo dice Banca d’Italia. È vero anche nel Varesotto che è una delle terre più pimpanti in campo imprenditoriale?

«Quando s’inquadra un problema nel Paese, difficilmente il territorio ne è immune, per quanto brillante». Lo ammette senza giri di parole Michele Graglia, ex numero uno della Confindustria locale e oggi presidente dell’Università Cattaneo di Castellanza. Un osservatorio privilegiato, il suo, proprio per il contatto con le nuove leve, chiamate a interfacciarsi con temi come merito e carriera. No ai luoghi comuni sui ragazzi, però, avverte l’ex presidente dell’Unione industriali: «Al contrario ogni giorno dobbiamo lottare contro un mondo che fatica a lasciare loro lo spazio adeguato – incalza -. E non è certo colpa dei giovani, piuttosto della generazione dei padri che non vuole capire e agevolare questo cambiamento, favorendo la diffusione di preparazione, capacità e strumenti. L’attaccamento alle proprie posizioni blocca la necessaria rotazione nei ruoli: si dà un valore assoluto all’esperienza e quindi non si favorisce la possibilità di crescita. Il più anziano tende a conservare il suo posto e ad avere meno fiducia in chi dovrebbe subentrare». Si rallenta così la capacità di inserimento e di sviluppo del Paese stesso, «per giunta in un mondo che invece cambia così rapidamente da rendere tutte le esperienze insufficienti e che invece avrebbe molto giovamento dalle capacità più sviluppate dei giovani – continua Michele Graglia -. Sentiamo spesso dire: i ragazzi non sono più quelli di una volta, ma il frutto si vede dall’albero».

Qualcuno potrebbe anche pensare che le strade siano sbarrate da fili invisibili, non dichiarati ma presenti. Ma Graglia rifiuta anche l’etichetta di “università per i figli degli industriali” che una vulgata sbrigativa assegna alla Liuc, voluta sì dalla Confindustria ma per ben alti scopi: «Università è un termine per sua natura vasto e non chiuso – risponde -, un’istituzione con un suo valore intrinseco. La nostra vicinanza alle imprese è un vantaggio per gli studenti che possono fin da subito interfacciarsi con il mondo del lavoro. Altrimenti non saremmo cresciuti del 30% in 4-5 anni, quando gli imprenditori non sono certo aumentati con queste percentuali. Gli studenti che escono dalla Liuc trovano anche più velocemente lavoro, che fondino una nuova impresa, che siano manager o che portino avanti la società di famiglia. Non a caso abbiamo deciso di chiudere la facoltà di Giurisprudenza perché non più allineata con le richieste del mercato».

Che cosa consiglierebbe a un giovane che vuole trovare la sua strada? «Bisogna avere fiducia, mettere un impegno forse superiore rispetto al passato, fare fatica per inseguire un sogno, ma all’inizio accontentarsi anche di qualcosa che non è esattamente allineato con le massime aspettative. Perché da lì s’impara per il futuro».