La Svizzera non chiude le frontiere

«Molto rumore per nulla». Potrebbe essere questo – citando Shakespeare – l’epilogo del tanto discusso voto federale svizzero del 9 febbraio 2014 “contro l’immigrazione di massa”, che pare essersi arenato contro la ferrea diplomazia di Bruxelles. Andiamo con ordine, da quel 9 febbraio 2014. Il 50,3% dei confederati aveva deciso di limitare in maniera unilaterale uno dei capisaldi della sua stessa esistenza all’interno dell’Europa, gli accordi di libera circolazione delle persone (Alcp). Il testo, su cui il Governo federale non era d’accordo, proposto dai democentristi dell’Udc, partito conservatore di destra, chiedeva tra le altre cose che si ponesse un tetto alla manodopera straniera preferendo quella indigena, locale.

Meno di ventimila voti avevano deciso le sorti della Svizzera, dando mandato al Consiglio federale di trovare il modo di negoziare con l’Ue questa volontà popolare, negoziato apparso da subito stretto perché a Bruxelles, si sa, piacciono poco gli “indipendentisti”. In realtà la materia è complessa e disdire un accordo avrebbe voluto disdirli tutti: la Brexit insegna. A Berna avevano tre anni di tempo per trovare una soluzione euro-compatibile che rendesse felici i politici, il popolo ma soprattutto burocrati e tecnici attenti al rigore europeo. Fin qui la storia di un voto che doveva trovare nei due rami parlamentari svizzeri una legge di applicazione solida, chiara, che rispettasse quanto deciso dall’iniziativa.

Ebbene, dopo una serie di passaggi tra Consiglio Nazionale e Consiglio degli Stati, l’equivalente più o meno della nostra Camera e del nostro Senato, questa legge arriverà alla ratifica finale il 16 dicembre ma senza tutte quelle peculiarità che l’hanno portata su tutte le prime pagine dei giornali internazionali come ciò che non sarà, una legge “xenofoba e razzista”. Giungerà annacquata, depurata, c’è anche chi vocifera che a suggerirla sia stato qualche euro-burocrate. Così, in concreto, la legge che doveva mettere un freno ai flussi di lavoratori ed immigrati è diventata solo una misura contro la disoccupazione.

I datori di lavoro di aree professionali specifiche che hanno posti vacanti avranno infatti l’obbligo di comunicarlo ai centri regionali di collocamento e, successivamente, chiamare a colloquio prima i candidati registrati presso gli uffici del lavoro corrispondenti al profilo ricercato. Non hanno tuttavia l’obbligo di assumere residenti e non dovranno giustificare la loro decisione, solo dare una comunicazione in merito.

Questa e poche altre novità si sono rivelate il male minore per evitare alla Svizzera l’esclusione da fondi internazionali che valgono non solo denaro, ma anche “partecipazione”, presenza internazionale, come nel caso del programma di ricerca dell’Eu Orizzonte 2020 dal quale la stessa Confederazione, dopo il 9 febbraio 2014, era stata esclusa. Insomma, la ricca ed efficiente Svizzera ha dovuto cedere al diritto europeo, piaccia o meno, dal quale essa stessa ha preso molto. Si sa, “vicino alla carne c’è sempre l’osso”.

Il Ticino teme l’effetto salari

 

Ad essere particolarmente scontento per la soluzione finale adottata da Berna è il Ticino, cantone di frontiera che fu determinante per la votazione del 9 febbraio 2014 e che si aspettava qualcosa di più (nella vignetta raffigurato il no alla libera circolazione) . Il presidente del Governo, Paolo Beltraminelli, ha criticato soprattutto il mancato riferimento alla presenza indigena. Anche l’Unione Democratica di Centro (Udc) ticinese ha duramente giudicato la legge di applicazione uscita dalle Camere perché di fatto, ha detto, «gli iscritti agli uffici di collocamento, anche se frontalieri, godranno di diritti che il ticinese non iscritto non avrà». Per i democentristi, particolarmente duri nei toni contro la manodopera frontaliera che pure è un problema serio che merita di essere esaminato al di fuori di facili slogan, le iniziative politiche oltre Gottardo non sono una buona decisione perché non lasciano presagire nulla di buono per un’altra votazione ticinese sulla stessa falsariga denominata “Prima i nostri”. Che cosa vorrà dire tutto questo per gli oltre 65.000 lavoratori italiani che ogni giorno attraversano i confini ticinesi è difficile dirlo: se sul piano legislativo cambierà poco, su quello dei rapporti aumenterà verosimilmente una certa insofferenza e la sensazione è che il Ticino sia poco ascoltato a Berna almeno quanto Varese, Como, Vco, o la stessa Lombardia, siano ascoltate a Roma. La via del dialogo locale potrebbe ripartire da misure concrete bilaterali per evitare prima di tutto un effetto dumping salariale che, va detto, spesso è praticato sui frontalieri da datori di lavoro italiani che hanno portato la propria “fabbrichetta” in Svizzera. Da queste stesse aziende il Cantone percepisce tasse e contributi ma sa bene che quelle ditte difficilmente prenderanno residenti ticinesi per lavorare perché gli stipendi – per uno svizzero – sono troppo bassi. Ci sono stati casi dove aziende italiane attive nel settore della moda hanno avuto agevolazioni dal Ticino per insediarsi, ben consapevole, chi amministra la cosa pubblica ticinese, che il brand italiano non avrebbe assunto confederati perché troppo onerosi. Magari sono gli stessi amministratori politici ticinesi che poi partecipano a campagne contro la concorrenza sleale. Corto circuiti, questi, che potrebbero essere risolti con dialogo transfrontaliero e lotta al dumping senza quartiere, coadiuvati magari dai sindacati, per riportare serenità in un mercato del lavoro che non può fare a meno dei frontalieri, almeno quanto questi non possono fare a meno del mercato produttivo ticinese.