La strada italiana verso l’Industria 4.0

La Prealpina - 20/07/2016

L’Italia è il secondo Paese manifatturiero d’Europa ma il suo indice d’innovazione è inferiore alla media dell’Unione Europea. Questa situazione penalizza le nostre imprese e deve essere affrontata. Come? Prova a dare una risposta l’indagine conoscitiva sull’industria 4.0 sottoposta all’attenzione del Governo dalla Commissione Attività Produttive della Camera, di cui faccio parte. L’indagine ha comportato, oltre a missioni in realtà produttive e accademiche all’avanguardia, l’audizione di una quarantina fra rappresentanti di aziende, centri di ricerca, università, società di consulenze. Ne è venuta fuori una raccolta dei migliori progetti di riqualificazione digitale, sia europei che extra UE. Progetti che dovranno essere tenuti in considerazione ma non importati tali e quali in Italia, per trovare una “via italiana” all’Industria 4.0. Se non imboccheremo la strada giusta saremo penalizzati nella sfida della digitalizzazione e della produzione integrata, ovvero in quella “Quarta rivoluzione industriale” la cui importanza è equiparata all’introduzione dello sfruttamento del vapore prima, dell’energia elettrica poi e infine dell’elettronica.

Il piano individua alcune azioni indispensabili. La prima è la creazione di una governance integrata pubblico-privata, con regia governativa, che dia impulso coerente al percorso innovativo e coinvolga i ministeri interessati (Sviluppo Economico, Istruzione, Economia e Finanze), associazioni di categoria, sindacati, mondo della ricerca e, soprattutto dopo la prima fase, enti locali. La seconda necessità è la massima diffusione possibile della banda ultralarga. Anche andando oltre l’attuale obiettivo dal Governo (85% della popolazione italiana connessa entro il 2020) utilizzando tutti i 500 milioni di euro che il piano Junker destina a questo scopo.

Occorrerà poi dare impulso alla formazione e alla riqualificazione digitale, essenziali per evitare che l’industria 4.0 porti conseguenze negative per l’occupazione. Al momento non si può predire l’impatto che la digitalizzazione avrà su posti di lavoro persi e guadagnati. Bisognerà anche valorizzare la ricerca universitaria diffusa sul territorio, migliorando il trasferimento tecnologico e l’integrazione che questa può garantire alle imprese. Per ottimizzare tali rapporti andranno identificati i centri universitari realmente di eccellenza e i veri hub di innovazione.

Infine l’indagine auspica una “apertura al mondo” delle piccole e medie imprese attraverso l’e-commerce (al momento utilizzato appena dal 5% delle Pmi italiane), il miglioramento della gestione dati e la cosiddetta “internet delle cose”.

Quest’ultimo passaggio è uno degli elementi che qualificano il piano come pensato specificamente per la realtà manifatturiera italiana e, a ben vedere, della Provincia di Varese, le cui Pmi potranno rimanere competitive con aumenti dimensionali, anche attraverso collaborazioni e contratti di rete da attuare con la collaborazione delle associazioni di categoria. In effetti il modello delineato può dare una bella spinta alla competitività, visto che si stima possa portare a un recupero di produttività compreso fra 30 e 50%. In pratica, come avvenuto in Germania, la delocalizzazione all’estero converrebbe sempre meno, fino a diventare controproducente.

Ovviamente questa rivoluzione necessita di un importante sostegno finanziario. Alla presentazione del piano hanno fatto ben sperare sia l’apprezzamento mostrato dal presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, sia lo spirito pratico del ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda. Quest’ultimo ha dichiarato che il Governo non farà una sua ricerca ma utilizzerà quella della Commissione come base di lavoro e che la formazione della cabina di regia, al punto 1, è imminente.

Per puntare a una crescita che guardi a un orizzonte di 15 – 20 anni occorre colmare in fretta un sensibile gap digitale. Il piano “cucito” sulle caratteristiche del tessuto produttivo italiano è uno strumento per recuperare tale ritardo. Ma risulterà utile solo se sapremo tutti cogliere l’urgenza del cambiamento.