La minaccia del Drago

La Prealpina - 04/02/2020

«Se rallenterà la Cina, rischierà di rallentare anche Varese». Roberto Grassi, (nella foto) presidente dell’Unione Industriali della provincia di Varese, non ama gli allarmismi, ma, proprio da imprenditore abituato a gestire anche gli imprevisti, osserva con attenzione, esattamente come i suoi colleghi varesini, quanto sta accadendo dall’altra parte del mondo. «Siamo un’economia locale fortemente internazionalizzata – spiega – e, ora più che mai, le nostre dinamiche sono legate a ciò che avviene in ogni angolo del mondo. Essere globali vuol dire anche questo. Ma nessun allarmismo. È’ ancora troppo presto». Eppure, i conti sono presto fatti e gli industriali, in fondo li hanno già fatti. Basta partire dai numeri che la provincia ha messo a segno con l’export in Cina. La Cina per l’economia varesina rappresenta l’ottavo mercato di sbocco, con una importanza crescente. Nel 2018 sono stati esportati 400milioni di merci made in varese, con un balzo in avanti del 5,1%. Nel primo semestre del 2019 le esportazioni hanno toccato, in valore, i 160 milioni di euro, ancora in crescita del 5%. A farla da padrone i macchinari (77 milioni) , il metalmeccanico (20 milioni) e i mezzi di trasporto (21 milioni). «Ora è ancora presto per fare dei bilanci o anche solo per capire quali saranno gli impatti dell’emergenza sanitaria su questi numeri e le ripercussioni sull’andamento produttivo locale – prosegue il presidente Grassi – Quello che possiamo dire è che le imprese varesine con stabilimenti produttivi in Cina stanno assistendo allo stesso fermo delle attività di tutte le altre aziende e che durerà, a meno di ordine contrario, fino al 10 di febbraio. Ciò ovviamente sta rallentando i piani per l’inizio dell’anno, obbligando le imprese a rivedere le strategie per il 2020». Ma non basta. Non poter salire su un aereo mette a rischio la presenza dei buyer cinesi nel Belpaese. «La limitazione nei viaggi – spiega Grassi – metterà a rischio, ad esempio, la presenza dei buyer cinesi al Mio, la fiera dell’occhialeria prevista per fine febbraio a Milano. Un settore particolarmente importante per la nostra industria locale, essendo quello varesino il secondo distretto produttivo in Italia dopo il Veneto. Ma soprattutto un comparto che vede nella Cina un mercato di sbocco dalle sempre maggiori potenzialità viste le possibilità di penetrazione che ha su consumatori dalle grandi capacità di spesa fortemente attratti dal design italiano, come quelli cinesi. Un ragionamento che vale per tutti gli altri settori del lusso, così radicati sul nostro territorio, e per quello delle macchine utensili, solo per fare un altro esempio». Le ragioni di apprensione non mancano.

Produzione e consumi I pilastri dell’economia che rischiano il crollo

-L’impatto che il Coronavirus potrebbe avere sull’economia europea, italiana e varesina, potrebbe essere più grosso di quello che a inizio secolo è stato registrato con la Sars. Non è allarmismo, ma sono i fatti e i numeri a dirlo. Lo spiega Bene Rodofolfo Helg, direttore della scuola di Economia e Management della Liuc di Castellanza. «Con la Sars l’impatto è stato importante – spiega – ma in quel periodo la Cina era ancora relativamente piccola da un punto di vista economico e i legami con il mondo globale erano all’inizio. Oggi la situazione è completamente diversa e dunque anche le conseguenze potrebbero essere più pesanti». Due sono gli elementi che sono mutati nel tempo : da un lato la Cina è diventata parte essenziale della catena produttiva italiana e anche varesina; il Paese del Drago, poi, è diventato uno dei mercati di sbocco più importanti, oltre che consumatore di beni italiani.

«Il primo scoglio da affrontare – spiega Helg- è la chiusura prolungata degli impianti produttivi. Oggi la maggioranza delle nostre aziende utilizza componenti realizzate in Cina. Se queste componenti non arrivano, bisogna per forza iniziare a pensare a delle alternative. Oggi le aziende lavorano a livello globale e molti pezzi sono prodotti in Cina. È inevitabile che la catena della produzione sia in subbuglio. Va detto che alcuni multinazionali, con i dazi di Trump, avevano già iniziato il trasferimento in Vietnam o Thailandia. La situazione attuale potrebbe accelerare questi traslochi». Anche il fronte consumi, soprattutto per l’Italia, è da tenere sotto osservazione. «Alcune catene commerciali sono chiuse e i magazzini aperti sono vuoti – sottolinea Helg – Con i voli bloccati, poi, i turisti non arrivano e dunque non alimentano il mercato del lusso a loro tanto caro». A questo punto non resta che attendere gli eventi e capire se si innescherà una nuova crisi mondiale o si riuscirà d evitare il peggio