«La mia cucina? Guerra, passione e Belle Epoque»

La Provincia Varese - 02/12/2016

Questa è la storia di Gabriele Morandi, che sei mesi fa, il 28 di maggio, con la moglie Almerinda inaugura il ristobar “Eat Art” nello storico locale della Società di Mutuo Soccorso di Bizzozero, oggi Circolo Bizzozero. La passione per i fornelli nasce al Verderamo di Castello Cabiaglio, dove, sedicenne, il giovane studente all’istituto agrario di Villa Cortese fa il lavapiatti nei fine settimana. La nonna materna aveva lavorato nella cucina dell’ospedale del Ponte e il nonno paterno, prigioniero degli inglesi durante la campagna africana in Libia, era stato cuoco nella mensa ufficiale nel campo dei prigionieri. È Luigi Secco del Verderamo a trasmettergli l’amore per la cucina e per la trasformazione delle materie prime locali in modo semplice ma efficace. «Ma in un periodo di effervescenza giovanile decisi di lasciare gli studi e di arruolarmi come alpino: rimasi nella Croce Rossa Militare come sottufficiale per 18 anni, in vari reggimenti, facendo le campagne dei Balcani e varie missioni umanitarie». È nel primo contingente umanitario ad arrivare a Durazzo nel ‘99 pochi giorni dopo lo scoppio della guerra del Kosovo, e apre il primo campo profughi di Kavaje. Quando torna a casa, Gabriele coltiva la cucina per passione. «Nel 2012 un cambiamento legislativo decreta la privatizzazione della Croce Rossa e si paventa la smilitarizzazione del nostro corpo: a questo punto, in maniera molto sofferta, ho cercato un’alternativa alla carriera militare. Non è stato facile cambiare vita a 35 anni, ma mi sono sentito tradito dall’amministrazione». Così il giovane futuro chef si rimette sui libri e in soli due anni prende la maturità sociopsicopedagogica da privatista. Non pago, si iscrive alla Statale a Lettere e Filologia Moderna: «Una terapia d’urto – sorride – che mi consentisse di vestire una nuova passione totalizzante, dopo essermi identificato in una divisa che non sentivo più mia». Parallelamente all’università e lavorando ancora come militare, Gabriele frequenta il CFP serale e si diploma chef nel novembre del 2015 realizzando il primo dei sogni della sua gioventù. «Momenti non privi di difficoltà e di ripensamenti. Un bel giorno – continua la moglie – veniamo a sapere dalle proprietarie precedenti di questo locale, allora un bar ludoteca per bambini, che avrebbero voluto cederne la gestione: erano delle Bustecche, come noi. Presi dall’ispirazione abbiamo raccolto la sfida: nel marzo del 2016, ormai convinto pienamente della scelta, mio marito si congeda dall’arma. Il primo maggio aprivamo il locale». Il nome “Eat art”, ammiccante nei confronti dell’idioma del futuro, nasce dalla fantasia della nipote musicista dei coniugi Manzoni,. «Abbiamo voluto ridisegnare il ristorante secondo il nostro estro, ristrutturando quasi totalmente gli interni, con adeguamento degli impianti, e la facciata esterna». Le decorazioni, in stile Art Nouveau, sono realizzate da una scultrice, la sorella di Almerinda. La cucina di casa Manzoni, che a pranzo propone prezzi a portata di studente, sposa la pienezza della tradizione lombarda in un’atmosfera legata alla Belle Epoque, che diventa, nel rinnovato locale, sfondo per eventi particolari come il corso di cucina per i bizzozeresi, le serate dove la musica si abbina al cibo ogni terzo venerdì del mese e le future presentazioni di libri. «Dopo vent’anni spesi consacrandomi ad una missione, voglio continuare a sentirmi al servizio alla società» conclude Gabriele, che con la moglie è anche custode dei giardinetti di Pompeo Cambiasi e che nel frattempo si sta anche occupando della formazione dei suoi tre giovani collaboratori ed è diventato il loro maestro di vita, oltre che di cucina.