La letteratura non è di chi scrive ma di chi suscita emozioni»

«Quando il Premio Nobel è stato assegnato a Bob Dylan ho fatto salti di gioia. I poeti sulle torri d’avorio però lo hanno criticato dicendo che la poesia è un’altra cosa. Ma la letteratura è collegata alla parola, che è un archetipo; quando si mette la parola in musica diventa canzone. La letteratura non è appannaggio di chi scrive, ma di chi suscita emozioni». Così Roberto Vecchioni, ieri a ville Ponti, nella serata in cui gli è stato conferito il Premio Chiara Le Parole Della Musica, riconoscimento giunto alla sesta edizione grazie agli Amici di Piero Chiara e al Club Tenco. Vittorio Colombo, Enrico De Angelis e Antonio Silva hanno condotto un’intervista a tutto campo, in cui il cantautore ha spaziato dai ricordi all’attualità, passando per l’ironica conflittualità con Paolo Conte, a suo dire troppo premiato dagli amici del Club Tenco. «Sono 40 anni che tento di migliorare la purezza della comunicazione delle emozioni aggrappandomi al sentire istintivo» ha spiegato Vecchioni, che ha aperto la serata con un omaggio a Piero Chiara, definendolo «un grande scrittore che ha indagato la normalità del vivere, descritto a torto come “provinciale”». Rispetto alla propria produzione letteraria, Vecchioni ha detto: «Ho cercato sempre il contenuto, nella consapevolezza che la cosa più bella non è mai quella che piace a più persone. Certo, a volte ci sono cose popolari che risultano molto belle, ma il più delle volte non succede». Vecchioni ha raccontato un episodio divertente: «Quando ero bambino mio papà mi portava con sé all’osteria a Milano. Un giorno entrò Eugenio Montale e mio padre mi disse: “vedi quello è un poeta, un poeta è colui che vede le cose che gli altri non vedono”. Allora io mi avvicinai a Montale, che avevo capito si chiamasse “un tale”, gli tirai la giacca e gli chiesi dove fosse il mio trenino elettrico. Lui si mise a ridere, ma non mi rispose e io mi feci l’idea che non fosse un vero poeta». Nonostante il successo con la musica, Vecchioni ha continuato a insegnare greco e latino per 40 anni: «È stata una resistenza, una scommessa a lungo termine – ha rivelato il cantautore -. L’ho fatto perché, come diceva Gramsci, il greco serve per imparare a studiare. I greci avevano un senso del tempo che non abbiamo più, che esprimevano con il presente continuativo. Il passato del verbo “vedere” è “io so”: in questa costruzione mentale c’è il senso della nostra cultura occidentale». Fino al racconto della genesi dell’ultimo libro, dal titolo “La vita che si ama”. «È un libro autobiografico scritto per i miei figli – ha affermato il professore -. È nato quando mia figlia mi ha invitato a bere un caffè e mi ha detto: “perché quando sei sul palco tutti ti applaudono e quando sei a casa sei apatico, come sei fatto veramente?”. Io allora ho scritto un libro per raccontare qui piccoli episodi che hanno dato alla mia vita un senso allargatissimo di felicità, perché la vita è felicità di stare». Quando Rosario Rasizza di OpenjobMetis gli ha consegnato il premio, Vecchioni ha esclamato: «Ci sono dei momenti in cui troviamo nello stare insieme la felicità. La cosa brutta è che il ricordo dolore non ci abbandona mai, mentre la felicità rimane impressa nella memoria come un punto. Dovremmo invertire questa tendenza e fare in modo che la gioia sia lunghissima». n