«La guerra non arricchisce Ma colpisce l’economia»

La Provincia Varese - 02/03/2017

Sul fatto che gli andamenti geopolitici mondiali abbiano effetti sull’economia siamo tutti d’accordo: le guerre, le scelte politiche, la stabilità di un Paese sono tutti elementi in grado di determinare flussi di merci e di investimenti, ma anche esodo di uomini e problemi di legalità. Oggi la corsa agli armamenti fa pensare e spaventa. Ed ogni giorno ne abbiamo notizia: da Donald Trump, fino alla Cina e la Corea del Nord: le notizie provenienti dal mondo creano insicurezza. E dopo i tanti interrogativi di ordine etico e sociale anche la domanda sul risvolto economico di tali scelte è più che lecita: il mondo, a partire dall’Unione Europea, si trova di fronte a scelte difficili, soprattutto perché non esiste una politica di sicurezza comune. Tutto questo amplifica il contagio della violenza anche attraverso il commercio delle armi leggere. Insomma i conflitti rendono insicuri ma fanno crescere anche l’ignoranza: per Raul Caruso, professore di Politica Economica ed Economia Internazionale all’Università Cattolica di Milano, e autore del libro “Economia della pace” «esiste una relazione negativa tra spese militari e crescita del capitale umano. Carriera militare e percorsi di studi universitari o di scuola secondaria superiore sono spesso considerati come scelte alternative di giovani e famiglie. In parole più semplici, i giovani si arruolano nell’esercito rinunciando agli studi o quantomeno li ritardano». Il punto è dunque questo: se non si fa la guerra, insomma, si può lavorare e rilanciare l’economia perché la forza lavoro qualificata, quella che si trova proprio nelle piccole imprese manifatturiere, «fa andare alle stelle i tassi crescita della produttività». Le piccole e medie imprese in questo senso sono leve della produttività e della pace e se vogliamo crescere insistiamo sullo sviluppo delle piccole e medie imprese del manifatturiero. Ci vuole tutto il dinamismo di questo modello imprenditoriale, la sua curiosità verso le nuove tecnologie e l’innovazione e l’attenzione verso la formazione dei giovani per evitare un’economia di guerra. Bisogna preservare il rapporto tra locale e globale così forte nelle Pmi, il loro ruolo nel mantenere l’occupazione, la coesione sociale che realizzano e difendono ogni giorno, il coinvolgimento dei giovani: perni fondamentali di un’economia florida. Le piccole e medie imprese dunque fanno aumentare creatività e Pil, la guerra, invece, rende insicuri e ignoranti: da questi temi prenderà il via il dibattito venerdì 10 marzo, alle 20.45, a Versione Beta a Busto Arsizio, la scuola di formazione di Confartigianato Imprese Varese, in occasione della “Giornata dell’Economia Marino Bergamaschi”: il libro del professor Raul Caruso sarà al centro del dibattito, interverranno anche Davide Galli, presidente di Confartigianato Imprese Varese, Giorgio Merletti presidente di Confartigianato Imprese e Cesare Fumagalli, segretario generale. n