«La Colacem inquina?Rispettiamo la leggeE lo dimostra l’Aia»

«Siamo aperti al dialogo con tutti, purché serio e che parta da un presupposto imprescindibile: ci è stata rinnovata l’AIA, Autorizzazione Integrata Ambientale, perchè abbiamo rispettato le prescrizioni di legge in materia». Storia complessa, quella della Colacem spa. Da quando esiste il cementificio industriale, vale a dire da oltre mezzo secolo, ha sempre mostrato due facce della stessa medaglia: da un lato i posti di lavoro, dall’altro le accuse di rovinare ambiente e salute. Il direttore di stabilimento, Mario Capolli, afferma che «la proprietà è sempre stata aperta al confronto con tutti, enti pubblici e privati cittadini», ma aggiunge con amarezza che «la protesta a prescindere dai fatti non è utile al bene della comunità». Il riferimento è alla nuova tornata di polemiche che s’è scatenata nei giorni scorsi dopo le prese di posizione del Comitato Ambiente Verbano, ma anche dei sindaci di Gemonio e di Cittiglio proprio a seguito del rinnovo dell’AIA da parte della Provincia. Le accuse sono quelle di sempre, concentrate soprattutto sulle possibili ricadute sanitarie dell’attività produttiva. «Fino ad oggi nessuna ricerca scientifica ha mai dimostrato esserci una qualche relazione tra il nostro lavoro e la salute dei cittadini. E’ vero che ci è stato chiesto di finanziare uno studio in tal senso, ma mi sembra evidente che se il risultato finale fosse a nostro favore verrebbe subito giudicato di parte. Un’azione di tal genere spetta all’ente pubblico e mi pare che la Ast si sia impegnata da tempo in tal senso. Quando renderà note le conclusioni potremo agire di conseguenza». Posizione nota tanto quanto quella del “partito” contrario: fin tanto che la scienza non fornirà una risposta ai nostri dubbi -si sostiene in sostanza- non si deve rilasciare alcuna autorizzazione a procedere. «Ma se dovessimo ragionare in questo modo -prosegue Capolli- quasi tutte le attività produttive verrebbero bloccate. Il principio di precauzione è difficile da giustificare». Il ragionamento non fa una grinza, così come le preoccupazioni di chi, prima di guardare all’occupazione, guarda alla salute umana. Fatto è che la Colacem (spa con sede a Gubbio e sette stabilimenti sparsi per l’Italia) dà lavoro ad una centinaio di dipendenti, che raddoppiano e più se pensiamo all’indotto e alla logistica dei trasporti. Non grandissimi numeri, ma che di questi tempi non si possono ignorare. Anche perchè, fra gli stabilimenti Colacem, quello di Caravate è l’unico a non conoscere cassa integrazione. Segno di buona situazione economica? «Diciamo di sì, ma con molta cautela. La crisi produttiva legata alle costruzioni si è fatta sentire se è vero che siamo ben al di sotto del milione di metri cubi di cemento che rappresenta il nostro potenziale, anche se il territorio compreso fra Lombardia e Piemonte ha retto il colpo meglio di altri. Piuttosto, è giusto dire che i guai sono originati da una sorta di demonizzazione del cemento in quanto tale. Si parla sempre di cementificazione. E’ vero che a volte s’è costruito troppo, ma è anche vero che adesso si costruisce poco, e non si interviene nemmeno sulla manutenzione degli edifici». Persino le scuole ne risentono: il corso Costruzioni dell’Isis Daverio di Varese è passato nel giro di dieci anni da dieci ad appena due classi. A parte poi scoprire che la Colacem di Caravate ospita ogni anno oltre quattrocento alunni fra medie inferiori e superiori in visita al procedimento produttivo, che comprende anche il forte consumo di energia indispensabile al passaggio dalla marna (di ottima qualità, nota fin dall’Ottocento) al cemento. «Utilizziamo carbone del Sudamerica e soprattutto una derivazione dei rifiuti organici, CDR in sigla che, altrimenti, andrebbe in discariche o inceneritori». Le alte torri che fanno ormai parte del paesaggio valcuviano non sono altro che scambiatori di calore, ma è verso di loro che i dubbiosi puntano l’indice. Almeno fin tanto che un documento scientifico ufficiale proverà a mettere fine alla diatriba.