La Brexit e i fantasmi di domani

La Provincia Varese - 30/09/2016

Cosa dobbiamo aspettarci dalla Brexit? Domanda che spiazza e che intriga, intreccia fosche previsioni e risvolti ottimistici, nella consapevolezza di un dato: l’esito del referendum britannico è stato, per tutti, un salto nel buio. Difficile interpretarne gli esiti. Gianni Piazzoli, della Anthilia Financial Consulting, ha provato a contestualizzare la questione, durante la cena del “#ilsognocheVa”, serie di incontri orchestrati da Rosario Rasizza, amministratore delegato di Openjobmetis, che una volta al mese trasforma la sala del ristorante Annetta in un efficace think tank, in cui ospiti provenienti da varie esperienze imprenditoriali e professionali offrono un proprio contributo nell’analisi di temi sempre attuali. L’approccio di Piazzoli è, prima di tutto, storico. E guarda all’andamento britannico per riflettere su quello europeo in generale e italiano in particolare. Negli ultimi 15 anni, scandisce l’esperto, la crescita del PIL nell’Eurozona è stata del 16%, ovvero un punto l’anno. La metà, circa, rispetto ai Paesi europei non-euro. La Gran Bretagna mostra un’impennata decisamente più marcata rispetto ai Paesi che hanno optato per la moneta unica, Germania compresa. La Svizzera le è di poco sotto e anzi: negli anni più turbolenti, 2009- 2014, è riuscita a superarla. Il dazio più salato pagato dalle popolazioni “europeiste” è stato senz’altro quello del passaggio alla moneta unica, che in alcuni Paesi ha spinto l’inflazione in modo più impattante. In tal senso, l’Italia fa scuola: nei primi 10 anni targati euro lo Stivale ha assistito a un incremento dei prezzi di 10 punti superiore alla Germania. Piazzoli ha poi dedicato una doverosa parentesi al tema dell’occupazione. Tra il 2006 e il 2016 l’Europa a 28 Paesi ha creato oltre 5 milioni e 200 mila posti di lavoro. Gran parte di queste nuove opportunità sono nate in terra tedesca (3,7 milioni), altri 2,4 milioni sull’isola britannica. Maglia nera a Italia e Spagna, che nel suddetto decennio hanno perso, rispettivamente, 1,8 e mezzo milione di posti. Un calo reso ancor più significativo dal simultaneo aumento di posti occupati da immigrati europei, ma non UE: provenienti, cioè, dai Paesi dell’Est. In Italia la crescita è stata del 147%, pari a 468 mila unità. Ed eccoci tornati, dopo questa sommaria ricognizione, al punto di partenza: la Brexit e i suoi effetti. Tutto sta nel capire se a rimetterci maggiormente saranno gli inglesi oppure l’Eurozona, fermo restando che il Regno Unito, nella UE, non ci è mai entrato con tutti e due i piedi. Dati alla mano, l’Inghilterra è il principale compratore di beni italiani dopo gli Stati Uniti. Molto, quindi, dipenderà dalle regole del gioco, cioè dell’uscita. Bisognerà capire se a spuntarla sarà la logica della Hard Brexit, su cui insistono i ministri Fox e Johnson, che porterebbe a uno strappo più netto e salato e che potrebbe incorrere nell’ostruzionismo di Scozia e Irlanda del Nord. O se ad avere la meglio sarà la soluzione soft, morbida: una specie di via di mezzo, che consentirebbe alla Gran Bretagna di accedere al mercato unico pagando un contributo annuo di 3-4 miliardi, sul modello norvegese. Chi vivrà, vedrà. Sapendo che nulla di ciò che stiamo ipotizzando avrà luogo nell’immediato. La Brexit, più che a un balzo somiglia a un cammino: lungo, graduale, ancor tutto da definire. A fare notizia, quindi, sono più che altro gli effetti politici e culturali della scelta. Quelli che ringalluzziscono gli anti europeisti, i quali auspicano un effetto a catena. E quelli che spaventano chi ancora crede nel grande sogno degli Stati Uniti d’Europa. Per quanto riguarda noi italiani, invece, vale l’interventosfogo di Michele Graglia, imprenditore e presidente della Liuc – Università Cattaneo: “Continuiamo a nutrirci di grafici, schemi e diagrammi che immortalano passato e presente. Non capiamo, invece, che nonostante le crisi e le bufere di questi anni l’Italia non smette di creare valore e ricchezza grazie alle sue grandi capacità: fare impresa e attrarre turisti: finché non ci decideremo a credere e a investire in questi due ambiti saremo afflitti dalla Sindrome di Calimero”.