Investire nella cultura e nel turismopartendo dal patrimonio che già c’è

La Prealpina - 10/01/2017

C’è stato un tempo, durato decenni, in cui ci si domandava seriamente se valesse ancora la pena continuare a fare da presidio alla salvaguardia del patrimonio culturale, quando altri consideravano questi beni un impaccio, un freno allo sviluppo, una vera e propria iattura. Nella migliore delle ipotesi, erano visti come una roba riservata a un’elite; un interesse circoscritto a pochi intellettuali e comunque da considerare irrilevanti per il benessere della comunità.

Oggi quel tempo è passato. Il patrimonio culturale è percepito in maniera del tutto diversa. E soprattutto a livello internazionale, prima che da noi, si è capito che si tratta di una risorsa vitale e irrinunciabile anche come strumento di sviluppo. Tanto che in taluni casi, ci si è inventati dei beni culturali laddove i beni non c’erano proprio. Quel che fa più impressione è che, nel mondo, tra il 1995 e il 2011 siano nati 652 musei. Tra questi ben 146 negli Stati Uniti e, per di più, sono musei d’arte (96). Una performance incredibile, per un paese conosciuto per tutt’altri valori. Una crescita imponente che veicola milioni di visitatori. E che, soprattutto, presuppone una strategia mirata a costruire un’identità culturale dove quest’identità non c’era. O era diversa. Mentre lì, si faceva di tutto per recuperare un gap che pareva incolmabile, rispetto a ciò che l’Italia ha quasi come dono dal cielo, da noi si è litigato. Si è spaccato il capello in quattro, senza cavare un ragno dal buco. I musei nostrani (quelli statali) si sono affacciati alla competizione internazionale con un ritardo astrale, con un sistema di accoglienza ancora primordiale, in una confusione inestricabile di ruoli tra pubblico e privato. Il sistema è sopravvissuto, nonostante tutto, per la qualità intrinseca delle opere che è senza confronti con quelle del reso del mondo. Ma lasciamo perdere, per un istante, i musei. Ora è il momento di comprendere con tempestività che il territorio, con i suoi valori paesaggistici, è l’altra grande risorsa su cui investire. Neanche stavolta si tratta di una questione sentita dalle sole elite. È anche, e soprattutto oggi, una tema legato allo sviluppo economico del Paese, visto che la sfida è diventata una competizione tra territori. Un confronto tra le qualità di ciascuno. Motivato dalla capacità di attrarre.

Se il territorio nazionale, per quasi il cinquanta per cento, è territorio di pregio, a Varese questo valore eccede di parecchio la media. Si va oltre il settanta per cento. È una dimensione su cui investire in termini di attrattività, attraverso un accurato e condiviso strumento di governo, con attività inseparabili dai beni che li generano. E dunque, per questo, garanzia di sostenibilità e compatibilità. Questo è ciò che stiamo facendo con il Piano di rilancio turistico. Che è, nè più nè meno, un investimento in cultura. Cercando di valorizzare, con una regia discreta, ciò di cui disponiamo anche in termini di valori sociali, contando sul ricco sistema di associazioni culturali e di volontariato.

In altre parole, stiamo cercando di costruire una politica pubblica, senza inventarsi nulla di eclatante, ma organizzando al meglio quello che c’è. Una politica, cioè, che dichiari gli obiettivi (partendo da quelli locali), che definisca i mezzi idonei al loro raggiungimento, che renda pubblico l’interesse che intende perseguire e che verifichi l’esito delle decisioni assunte.