Il Tessile racconta la storia e conquista nuovi visitatori

A tagliare il nastro c’erano il sindaco Gianfranco Tosi e l’assessore Luciana Ruffinelli. Era il 26 ottobre 1997 e il Museo del Tessile diventava realtà. Oggi, a vent’anni di distanza, il polo che accoglie i segni di una solida tradizione tessile punta a potenziarsi ancora di più. «Il mio sogno è di vedere ogni week end il museo pieno di gente, interessata a scoprire la storia di macchine e tessuti – racconta Luigi Giavini, esperto di storia tessile e cotoniera – Quel 26 ottobre fu un giorno memorabile, c’era tutta Busto. La Ruffinelli fu un vulcano, anima di tutto il progetto. Attorno a lei e al sindaco c’erano parecchie autorità. Tanti cittadini entrarono a vedere le sale e rimasero estasiati, comprendendo solo in quel giorno di avere alle spalle una grande storia tessile».

Da allora è stato un crescendo. Le storiche sale dell’ex cotonificio Ottolini, nato a metà Ottocento, poi divenuto Cotonificio Bustese, sono state visitate da tantissime persone.

«Sono nate – ricorda Giavini – diverse iniziative per coinvolgere le scuole e molti progetti che hanno coinvolto insegnanti e alunni, rimasti colpiti sia dal museo sia dalle possibilità di applicazione dei macchinari. Si può mostrare come funziona il telaio, come si stampano i tessuti e come si tingono. La nostra tradizione è millenaria, non nasce con l’era industriale. I primi documenti sui maestri fustagnari bustocchi risalgono al 1200, vuole dire che l’esperienza è maturata nei secoli precedenti».

Secondo Giavini, superato l’anno mille, in cui si temeva una fine del mondo poi non arrivata, in Europa c’era stato un rifiorire demografico: «Aumentando la popolazione, aumentarono i campi coltivati, a discapito dei pascoli. Quindi, meno produzione di lana. Il cotone, prima trattato come fibra di secondo grado, venne in auge. I primi fustagni erano di lino e cotone, poi interamente di cotone. Erano di qualità durevole, adattissimi alla popolazione di allora».

Il fustagno doveva in qualche modo imitare i tessuti di lana e i bustocchi erano esperti nella lavorazione della ardia, il filo di ferro che permetteva di fare gli scardasci, per cardare la lana. «Renderlo sottile consentì di estrarre il filo dal cotone e dal lino – continua Giavini – Sarebbe bello se tutti i bustocchi e bustesi conoscessero queste storie. Ricordo con piacere, tra i tanti visitatori importanti, la presidente dei chimici e tessili statunitensi, che rimase sbalordita dalla bellezza del Museo. Lo staff oggi è ottimo, i volontari fanno cose strepitose, tutto lascia sperare in un roseo futuro».

L’area del parco, in cui un tempo c’erano stamperia, tintoria e finissaggio per la lavorazione del cotone, e le sale storiche attendono le prossime novità. La memoria del passato ha lo sguardo rivolto al futuro.