«Il termometro dell’attrattività»

La Provincia Varese - 02/09/2016

Quella attuale è un’epoca attraversata da fenomeni di forte instabilità e incertezza. IL 2016 prosegue, purtroppo, con un susseguirsi di avvenimenti terribili, che lasceranno una traccia indelebile nelle nostre coscienze. Parliamo, solo per citarne alcuni, dell’attentato di Dacca, dei tragici episodi di Bruxelles e Nizza, della guerra all’Isis in Siria, del tentativo di Golpe in Turchia, della difficile e complessa gestione del fenomeno dei migranti in Europa. Nel 2015 circa un milione di persone ha attraversato il mediterraneo, contro le 216 mila del 2014, il numero più alto di sempre. Con la morte di più di 3.000 persone. La stessa Brexit, i cui effetti sono ancora da valutare nel medio-lungo periodo, mette a rischio il processo europeo di coesione politica e sociale. A queste preoccupazioni si aggiungono la forte volatilità dei mercati finanziari, le debolezze dei Paesi Emergenti, i fattori di incertezza legati alla stabilità del sistema bancario europeo e italiano. Ciò che appare evidente, in un simile contesto, è il sentimento di ansia e di sfiducia sotteso ad un momento storico in cui l’unica certezza è l’incertezza: la nostra vicinanza e solidarietà in questi tre giorni di Forum vanno anzitutto, in questo momento, alle vittime del tragico terremoto in centro Italia. L’attrazione e attivazione degli investimenti come leva di crescita resta quindi oggi un tema prioritario per tutti i Paesi, come si evince dalla ricerca “Empowering Europe’s Investability”, realizzata dal nostro gruppo in collaborazione con Enel e che verrà presentata nel corso del Forum. Il progetto, in particolare, mette in luce come oggi in Europa ci sia un gap di investimenti di almeno 300 miliardi di euro all’anno, per tornare al rapporto storico investimenti/Pil del 20%. Si tratta di un potenziale enorme per creare posti di lavoro e sviluppo. Nel settore delle network industries (energia, ICT e trasporti), in particolare, 1 euro di investimento attiva 2,52 euro nel complesso dell’economia, di cui 0,42 euro nel solo manifatturiero. In un mondo globale, la competizione tra territori nell’attrazione di investimenti capaci di sostenere la crescita si amplifica inoltre con una capacità di gestione dell’immagine del Paese e della sua competitività. Purtroppo, in quasi tutte le classifiche più accreditate e realizzate da Istituzioni, Società di Consulenza e Think Tank, il nostro Paese si posiziona nelle retrovie: nel World Press Freedom Index 2016, l’Italia è al 77° posto al mondo per la libertà di stampa; nell’Ease of Doing Business Report 2016 il nostro Paese si colloca al 45° posto, dietro alla Malesia (18°) e alle Mauritius (32°); nell’ultima edizione del Global Competitiveness Report del World Economic Forum, si posiziona al 43° posto, dietro a Bahrain, Azerbaigian e Kazakistan; nel Trasparency Index 2015 si posiziona al 61° posto, contro il 21° dell’Uruguay, e vicino a Paesi come il Lesotho, il Montenegro e il Senegal. È evidente che tali posizionamenti, pur alla luce delle criticità note del sistema-Italia, rappresentano delle distorsioni significative della realtà oggettiva, che stridono con le capacità innovative e imprenditoriali del Paese e determinano, insieme ad altri fattori, effetti negativi a cascata. Si pensi, solo per fare un esempio, al dato preoccupante sull’attrazione di investimenti diretti esteri (IDE). L’Italia, pur configurandosi come l’ottava potenza economica del mondo, attrae solo l’1,5% di tutti gli stock di IDE mondiali. In valore assoluto si tratta di 374 miliardi di euro, circa la metà di Germania, Francia e Spagna e cinque volte meno della Gran Bretagna. In questo senso, The European House-Ambrosetti in collaborazione con ABB, Toyota e Unilever, ha lanciato un progetto di grande ambizione, il Global Attractiveness Index, una mappatura di 144 economie nel mondo, che corrispondono al 97,9% del Pil mondiale, su un portafoglio di 50 Key Performance Indicator. Chiudo citando il pensiero di William Arthur Ward, un grande scrittore e filosofo americano del secolo scorso: «L’ottimista vive nella penisola delle infinite possibilità. Il pessimista è incagliato nell’isola della perpetua indecisione». I tempi che viviamo sono difficili, ma credo che proprio per questo dobbiamo – come imprenditori e classe dirigente – essere obbligati a pensare con uno spirito positivo per costruire il futuro con entusiasmo e non affogare in un passato di rimpianti.