Il successo spinge il Centrodestra a pensare alle elezioni anticipate

La Prealpina - 28/06/2017

I ballottaggi di domenica scorsa hanno modificato la mappa della politica lombarda: il Partito democratico ha perso il primato nei capoluoghi della regione, fino a tre giorni fa tutti amministrati da esecutivi di centrosinistra. Gli avversari di centrodestra hanno rotto il monopolio “rosso” a Monza, Como e Lodi. Conquistando peraltro la storica roccaforte della sinistra di Sesto San Giovanni: segnale tutt’altro che rasserenante per i democrat in vista delle elezioni per Palazzo Lombardia.

Ed ecco il punto, la Regione. I partiti si sono già mobilitati, anzi, sono in fibrillazione. Destra e sinistra valutano la possibilità delle urne anticipate. Per la verità, ci pensano con maggiore insistenza Lega Nord, Forza Italia e Fratelli d’Italia, che sull’abbrivio del successo alle amministrative potrebbero affrettarsi a riportare i lombardi alle urne. In altri termini, vogliono sfruttare l’occasione. Roberto Maroni sarebbe tentato di riprendere in mano, dopo averlo abbandonato, il discorso delle elezioni anticipate, anche in scia al prossimo referendum del 22 ottobre sull’autonomia. Appuntamento ritenuto decisivo per il futuro della Regione e, nella fattispecie, per il futuro politico del centrodestra. Ma per votare in autunno, possibilmente in concomitanza con la consultazione referendaria e con le elezioni siciliane, il consiglio regionale dovrebbe sciogliersi entro la fine del mese prossimo; oppure Maroni dovrebbe dimettersi di sua sponte, indipendentemente dalle scelte dell’assemblea del Pirellone, entro la stessa data. Di tempo per decidere ce n’è poco. Forse una spinta potrebbe arrivare dalle vicende giudiziarie in cui è coinvolto il governatore. Un’eventuale sentenza negativa al processo, che lo vede imputato per induzione indebita e turbata libertà del procedimento di scelta del contraente per i contratti di due sue collaboratrici, potrebbe impedirgli di candidarsi per effetto della legge Severino. Se invece fosse emessa dopo la sua probabile rielezione a presidente si aprirebbero strade più praticabili, come quella di un ricorso sulla falsariga di quanto accaduto in Campania con Vincenzo de Luca. Supposizioni, certo. Ma neanche peregrine se si presta orecchio a quanto si sussurra nei corridoi del Palazzo di via Melchiorre Gioia. Voci insistenti anche sulla necessità di riproporre senza indugio il cosiddetto “modello Lombardia”, cioè la coalizione che governa oggi la Regione e che, a quanto affermano gli esiti delle urne (e dei sondaggi), piace ai cittadini. L’unico intoppo politico potrebbe riguardare il veto posto da Matteo Salvini, leader leghista, agli alfaniani di Lombardia Popolare: “Con loro non si fanno accordi: sostengono il governo del Pd”. Centristi attorno ai quali Maroni fa molto affidamento, confidando nel caso di convincere Salvini a rivedere le proprie posizioni in funzione strettamente lombarda. Centristi che, infine, si sarebbero spesi ai ballottaggi per i candidati a sindaco del centrodestra. Intanto, sul fronte di centrosinistra, dopo la batosta nelle città più importanti andate al voto, si cerca di riaccendere i motori. Alessandro Alfieri, il segretario regionale, fa sapere che a breve verrà deciso la modalità di scelta del candidato da opporre a Maroni: o con le primarie o con un nome condiviso. Prende sempre più quota Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, che, ieri, in una intervista a Repubblica si dichiara pronto alla sfida. “Dobbiamo essere umili e uniti, ma il cambiamento siamo noi” avverte il primo cittadino bergamasco. I piddini stanno elaborando la sconfitta, per così dire, ma non intendono affatto alzare bandiera bianca. Il contesto elettorale sconsiglia loro di misurarsi in anticipo alle urne, ma si stanno preparando; e non da ieri. Venerdì arriva a Milano il segretario nazionale Matteo Renzi. C’è attesa per questa visita: i democrat si aspettano che egli si esprima anche sulla partita lombarda. Ridando entusiasmo a una macchina che rischia di ingripparsi.