Il regalo della Svizzera alla Ue

La Svizzera in questi ultimi mesi sta “giocando una partita” importante con la UE, ossia la possibilità di rimanere nel grande Bengodi, il mercato economico finanziario interno. Gli equilibrismi della Confederazione, tuttavia, sembrano non soddisfare il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, che ieri è stato in visita a Berna per incontrare la presidentessa rossocrociata, Doris Leuthard. Da Berna arrivano segnali di apertura verso gli accordi bilaterali che, chiaramente, scontentano il Canton Ticino, la politica ticinese. E forse non è un caso se è arrivata proprio ieri la notizia che il Consiglio federale, il Governo svizzero, ha bocciato la proposta di interrogazione formulata dal deputato della Lega dei Ticinesi a Berna, che chiedeva una tassa di entrata per i lavoratori frontalieri in grado di coprire gli inconvenienti generati dal traffico veicolare, in grado di sostenere anche un po’ l’occupazione indigena in Ticino. Niente avvallo alla proposta e nemmeno a un possibile studio sul tema perché ritenuta discriminatoria proprio alla luce delle disposizioni contenute nell’accordo sulla libera circolazione con l’Unione europea (il numero di lavoratori italiani aumenta e la vera esplosione, negli ultimi cinque anni, riguarda il terziario).

Ancora, l’altra doccia fredda per gli svizzeri euroscettici è arrivata dalla conferma che la Confederazione verserà 1,302 miliardi di franchi all’UE come nuovo contributo per la coesione comunitaria, e l’annuncio è arrivato proprio davanti a Juncker. Ufficialmente il gesto è stato preso in autonomia, quasi come una forma di gentilezza, in realtà da molti analisti viene interpretato come un atto volto a sbloccare alcune delle più complicate e delicate trattative bilaterali che sono congelate a Bruxelles e che sono vitali per la Svizzera stessa. La somma sarà suddivisa su dieci anni e servirà per finanziare la formazione professionale nei paesi meno attrezzati, quelli dell’Europa orientale, e per venire incontro alla pressione migratoria internazionale.

Insomma, dopo il gelo calato per la votazione del 2016 contro l’immigrazione di massa e contro i lavoratori che arrivano da altri Paesi, la Svizzera prova a riguadagnare terreno a cominciare proprio dalla soluzione euro-compatibile a quel voto che ha fatto discutere tutta Europa e che, di fatto, è stato annacquato per non incorrere in sanzioni con i Ventisette.

Basterà questo per rimettere i cocci a posto? Non proprio: l’UE spinge per uno sviluppo bilaterale istituzionale che in Svizzera ha sempre più oppositori visto che imporrebbe la ripresa del diritto europeo, dando così simbolicamente a Bruxelles le chiavi del Palazzo federale a Berna. Prendono tuttavia tutto quello che Juncker concede: la rimozione degli ostacoli tecnici al commercio, lo sblocco del dossier tra equivalenza di norme finanziarie svizzere ed europee. Altri fascicoli tecnici si sono riaperti, come la partecipazione all’agenzia europea delle ferrovie o l’inclusione nel mercato delle emissioni di gas. Inutile dire che la decisione di donare 1,302 miliardi di franchi all’UE ha suscitato sui social network di utenti ticinesi commenti molto duri contro la Svizzera. Fino a far dire a qualcuno «mi vergogno della mia cittadinanza».