Il prof, il poeta, il cantore«Per me la vita è felicità»

- 07/11/2016

«La democrazia non conta per la bellezza. Per questo non mi sono mai preoccupato della popolarità». Basterebbe questo passaggio iniziale di Roberto Vecchioni dall’intervento di ieri al Premio Chiara Le Parole della Musica per dire che s’è trattato di uno degli appuntamenti più riusciti nei 28 anni della manifestazione organizzata dall’Associazione Amici di Piero Chiara.

Vecchioni ha incantato la platea col suo modo affabile e concreto, in apparenza quasi banale, di raccontare la vita. Quella di tutti i giorni e di tutti gli uomini che si arrabattano per cercare di essere felici. «La vita è felicità e felicità è tutto. Anche nei momenti di dolore perché presuppongono una tensione alla felicità». Il cantore (termine che preferisce a cantautore perché «costui dura solo tre minuti, il tempo d’una canzone») di Samarcanda e di tanti successi che sono autentiche poesie in musica, ha parlato con semplicità di vita e di morte, gioia e sofferenza, di amore, amicizia, musica, parole. Soprattutto di parole, in omaggio al premio e alla professione di Vecchioni, già insegnante di greco e latino nei licei, paroliere per Mina, scrittore con il recente “La vita che si ama” uscito per Einaudi e di cui si annuncia una seconda edizione corredata da un cd. Eppure viviamo tempi che mettono in dubbio la potenza della parola.

«Per questo considero Piero Chiara un grande scrittore. Capace di indagare le cose normali come fossero le più importanti. Scrittore provinciale? Al contrario, universale. La sua è scrittura che s’è persa: di gente che parla della gente ce n’è rimasta poca», ha detto a Vittorio Colombo, Antonio Silva, Enrico De Angelis, il trio del Premio Tenco che costituisce ormai una presenza fissa del “Chiara”. Parole che non abbiamo mai ascoltato dalla bocca di un premiato al “Chiara”. È così che Le Parole della Musica e, in genere, il Festival del Racconto che ieri ha chiuso nel migliore dei modi l’edizione 2016, ha scritto una pagina importante d’una storia sulla quale in pochi avrebbero scommesso all’inizio. «Conta la purezza nella comunicazione delle emozioni. Aggrapparsi continuamente al proprio sentire. Perciò amo la Merini e Rimbaud. E Dylan, che merita il Nobel per la letteratura perché da imperfetto sa raccontare cose vere. E il più grande, Guccini, al quale da quarant’anni mi lega un’amicizia che non finirà mai». Vecchioni cantore di sinistra? Roba vecchia: «Sono nato comunista, illuminista e ateo, molto comunista e molto ateo. Il tempo lima le cose. Ho incontrato in monsignor Ravasi un uomo grandioso che mi ha insegnato ad usare beni i doni che Dio mi ha dato. Oggi sento una fede notevole. Con speranza e fiducia. Dio è un grande artista. Ci ha lasciata una libertà immensa. Gli voglio bene perché mi ha fatto conoscere gli uomini. La stessa imperfezione del mondo è la prova della sua esistenza».

Infine la scuola: perché ha continuato ad insegnare nonostante il successo? «Per insegnare che la letteratura è parola e che la scrittura è solo uno strumento per comunicarla. Perché studiare deriva dal greco studere che significa amare. Per ricordare ai ragazzi che il poeta è colui che vede ciò che noi non vediamo». Chapeau.