Il primato di Varese Un export che vale il 40%

- 07/02/2017

Varese non è una provincia come le altre: «Il 40% del valore aggiunto di prodotto delle nostre imprese viene esportato» ha sottolineato ieri Riccardo Comerio, presidente dell’Unione industriali varesina alla conferenza stampa di inizio anno dell’associazione. La provincia di Varese in uno scenario di ripensamento internazionale della globalizzazione ha dunque dei primati importanti da difendere «e la difesa di tutti i nostri primati industriali passa dal traghettamento verso il digitale delle imprese». Ma per stare al passo degli ambiziosi progetti di Industria 4.0 dei nostri principali competitor, ovvero tedeschi e francesi, ha dichiarato Comerio «dobbiamo investire nei prossimi anni più di 330 milioni di euro». I conti sono presto fatti: «Il sistema produttivo locale per tenere il passo digitale della concorrenza tedesca sarebbe chiamato a investire dai 223 ai 336 milioni di euro». Sarà forse un caso, ha poi aggiunto Comerio, ma se poniamo l’asticella dei nostri obiettivi sulla punta più alta di questo range (336 milioni di investimenti, appunto), «la cifra corrisponde esattamente alle risorse che il Varesotto avrebbe ben diritto ad ambire se ci impegnassimo a portare sul territorio una percentuale di quei 13 miliardi stanziati dal Governo con il ‘Piano Nazionale Industria 4.0’ proporzionale alla quota di fatturato delle imprese della nostra provincia sul totale italiano». Questo è quanto serve per traghettare il nostro sistema produttivo ai massimi livelli di quel mondo digitale che sta disegnando il paradigma dell’economia futura. Posti dunque gli obiettivi ora bisogna trovare la strada e le risorse adeguate: «Come ha detto il Ministro Calenda – ha aggiunto Comerio – ora la palla passe alle aziende che devono trovare il modo per poter investire, anche uscendo dallo schema tradizionale della finanza bancaria». Un dato di fatto: le banche prestano sempre meno denari. Gli impieghi del sistema bancario tra le imprese del territorio sono ancora in calo: si è passati dai 9,1 miliardi di giugno 2016 agli 8,8 miliardi di ottobre. «Di fronte a questi trend è evidente che la salita verso il 4.0 può diventare meno ardua solo se la sfida tecnologica verrà affiancata anche da un’innovazione della finanza d’impresa». Meno banca più mercato è la strada da percorrere: «Ciò non vuol dire – ha precisato Comerio – che la banca vada dimenticata, anzi, si possono costruire percorsi condivisi per un mercato sempre più finanziario e un po’ meno creditizio». Fatto di Minibond, bond di distretto, allargamento al private equity, avvicinamento al Progetto Elite di Borsa Italiana solo per citare alcuni strumenti. Ma investire non vuol dire solo implementare nuove tecnologie: «Col digitale siamo chiamati ad essere imprese nuove, consumatori nuovi, ma anche lavoratori nuovi, non solo nelle competenze». Il digitale potrà portare a nuovo lavoro «un lavoro sempre più intelligente, partecipato dalle persone che saranno sempre più coinvolte». L’impresa 4.0 sta dunque spostando il baricentro delle relazioni industriali: «Dall’attenzione al mero fattore economico, al fattore persona». E anche Univa si metterà in prima linea nel percorso verso la digitalizzazione delle imprese con il progetto “Varese Digital Evolution” che avrà tre linee di azione: nei confronti delle imprese, con un’azione di informazione e progetti per singoli settori; nei confronti del territorio, con incontri aperti a scuole e cittadinanza e infine con una azione interna alla stessa associazione, che si sta dotando di tutte le competenze digitali di industria 4.0 per rispondere alle necessità delle sue imprese.

Il 2017 promette bene «Siamo in miglioramento»

 

Il 2016 si è chiuso con una
congiuntura ancora congelata:
«Dai risultati dell’indagine congiunturale
– ha illustrato ieri Paola
Margnini, responsabile dell’Ufficio
studi di Univa alla conferenza
stampa di inizio annoemerge
una chiusura d’anno ancora
in tensione, frutto del comporsi
di diverse dinamiche tra le
imprese del campione: sono state,
infatti, rilevate divergenze sia
settoriali, sia legate alle dimensioni
delle imprese. Sono le grandi
aziende del campione quelle
che faticano maggiormente in
questa rilevazione, mentre le
piccole e medie imprese risultano
più reattive nella ricerca di
nuovi posizionamenti e sbocchi
di mercato, soprattutto sul fronte
estero».
Gettando lo sguardo ai prossimi
mesi, «le previsioni per l’inizio
del 2017 sono, invece, improntate
a un progressivo miglioramento
che andrà via via
coinvolgendo sempre più imprese».

Vediamo qualche dato in dettaglio,
a partire dall’occupazione:
nel 2016 sono state complessivamente
autorizzate 12milioni
di ore di cassa integrazione fra
ordinaria, straordinaria ed in deroga
nel comparto industriale,
vale a dire in riduzione del 39,7%
rispetto al 2015.
A livello settoriale il metalmeccanico
è il settore che soffre
maggiormente in chiusura
d’anno; il gomma e materie plastiche
mantiene invece un profilo
abbastanza stabile, mentre sono
in controtendenza ed in evoluzione
positiva il chimico e farmaceutico
e il tessile-abbigliamento,
in parte per un rimbalzo
tecnico rispetto alla precedente
rilevazione, in cui avevano registrato
una battuta di arresto, e,
per quanto riguarda in particolare
il comparto moda, per dinamiche
stagionali tipiche del settore.
Negativo invece il trend dei
mercati esteri: gli ultimi dati
provvisori disponibili sul commercio
estero varesino relativi al
periodo gennaio – settembre
2016 mostrano una riduzione degli
scambi commerciali rispetto
ai primi nove mesi dell’anno
scorso: l’export nei primi nove
mesi del 2016 ha raggiunto 7 miliardi
di euro, in riduzione del
7,6% rispetto allo stesso periodo
del 2015. Anche le importazioni,
pari a 4,2 miliardi di euro, hanno
registrato una contrazione
(-10,3%). L’esito di queste dinamiche
ha portato ad un saldo commerciale
ancora positivo (+2.788
milioni di euro), ma in riduzione.
Un ultimo sguardo agli investimenti:
il 72% delle imprese intervistate
ha realizzato degli investimenti
nel corso del 2016. Il
43% delle imprese del campione
ha effettuato investimenti soltanto
per sostituzione e ammodernamento,
a fronte di poco più
della metà delle imprese che ha
investito per aumentare le capacità
produttive. n