Il mondo cammina italianoMa ora serve il “Made in”

La Prealpina - 28/06/2017

Se ci fosse una norma europea che tutelasse l’eccellenza della manifattura italiana, le scarpe che vengono realizzate nelle fabbriche lungo lo Stivale (e che hanno il distretto di Parabiago come uno dei territori di riferimento), invaderebbero il mondo. Sì perchè già oggi, senza il famoso Made in, è proprio l’export la carta vincente del settore calzaturiero italiano. Basti pensare che a marzo di quest’anno ha registrato un +13% rispetto all’analogo mese di marzo del 2016, totalizzando incrementi vicini al 5% in valore assoluto nell’intero primo trimestre dell’anno. E’ emerso chiaramente ieri, durante l’assemblea annuale di Assocalzaturifici, ospitata per la prima volta dalla Liuc. Al tavolo dei relatori, oltre alla presidente Annarita Pilotti, anche il presidente Liuc, Michele Graglia, e il sottosegretario allo sviluppo Economico, Ivan Scalfarotto.

«In cima alle priorità dell’associazione – ha sottolineato Pilotti – c’è la necessità di una norma che tuteli l’eccellenza della manifattura italiana e il diritto dei consumatori europei alla conoscenza di ciò che acquistano attraverso l’introduzione dell’etichettatura obbligatoria. Un traguardo che vogliamo raggiungere al più presto Senza una politica industriale che sostenga il comparto, non so per quanto tempo la filiera potrà ancora resistere. L’Italia rappresenta più di un terzo della produzione europea di calzature, ma questa storia di successo del Made in Italy, alle condizioni di competitività attuali rischia contraccolpi seri».

E in effetti, guardando a quanto accaduto nel 2016, qualche preoccupazione c’è. «La domanda interna – ha detto la presidente – è rimasta al palo, dopo otto anni di contrazioni. Il settore è riuscito a limitare la flessione dei livelli produttivi (-1,9% in volume). Sono state però consolidate le vendite all’estero (+2,6%).

Lo spiraglio è stato aperto dal sottosegretario Scalfarotto. «Stiamo lavorando a una soluzione interna», ha detto l’esponente del governo Gentiloni. «Una norma sul cosiddetto made in “a livello europeo è ferma – ha spiegato – nel senso che c’è una perfetta divisione tra Paesi favorevoli e contrari, quindi noi stiamo lavorando a una soluzione domestica. Si tratta di una soluzione che richiederà una forte compattezza dei settori produttivi – ha aggiunto -, perché non necessariamente l’esigenza di chi fa un certo tipo di prodotto è uguale a quella di un altro. Naturalmente verificheremo poi le compatibilità con la normativa europea. Abbiamo comunque una soluzione pronta e stiamo studiando insieme ai settori produttivi se funziona oppure se debba essere ancora aggiustata». Un passo importante, esattamente come il piano Industria 4.0 che in più occasioni e da più settori è stato definito come una vera e propria svolta in fatto di politica economica e industriale.

Lo ha ribadito ieri anche il presidente della Liuc, Michele Graglia : «Il piano dell’industria 4.0 e il sostegno al Made in Italy nel mondo – ha sottolineato – rappresentano un passo in avanti molto importante da parte del governo, soprattutto nel metodo. Finalmente si lavora in modo sistemico e non si può fare altrimenti, perchè oggi tutto è correlato. Le aziende in questi anni difficili hanno tenuto duro. Ora ci auguriamo che questa ritrovata centralità dell’industria permetta di agganciare la ripresa in modo più solido e di ripartire con la marcia giusta. Le nostre risorse sono state sfruttate male per troppo tempo».

L’incognita della Cina

 

C’è un altro fronte importante per le aziende calzaturiere italiane: è il riconoscimento dello status di economia di mercato (Mes) alla Cina da parte dell’Unione Europea. Assocalzaturifici, in linea con la posizione di Confindustria, è profondamente contraria. Il conferimento del Mes alla Cina avrebbe un impatto immediato sull’efficacia degli strumenti europei di difesa commerciale e annullerebbe di fatto la competitività delle industrie manifatturiere italiane. Il Parlamento europeo nei giorni scorsi ha scongiurato questo rischio approvando una serie di emendamenti che rafforzano le difese commerciali contro la concorrenza sleale dei Paesi terzi, in particolare della Cina. Il testo definitivo della proposta di riformare le misure di difesa commerciale passerà al voto in plenaria a luglio. L’auspicio adesso è che Consiglio europeo e Commissione prendano coscienza della necessità di non limitare questi miglioramenti e vadano avanti in questa direzione.