Il miracolo italiano è la Svizzera

La Prealpina - 26/02/2020

S’ode a destra uno squillo di tromba: Varese guarda a Milano. A sinistra risponde uno squillo: Varese guarda a Como. Nell’età dell’incertezza gli attacchi di voyerismo rimbalzano sui giornali da un convegno economico a un salotto politico per scoprire che strabismo e miopia continuano a tenere lontano dal buon senso il senso comune. La verità è che Varese, anzi, tutto il Nord della Lombardia parallelo a una linea di confine, non si stanca di guardare a Lugano, a Chiasso, alla piana di Magadino come a una riserva di lavoro manuale e specialistico e di benessere fiscale e infrastrutturale. Due esempi per provare, sempre guardando, quanto documentano le statistiche. E cioè che il numero dei frontalieri è cresciuto del dieci per cento e siamo prossimi a quota 70.000 unità sull’asse Varese – Como – Verbano Cusio Ossola.

Pare questa, vista da qui, la vera area metropolitana. Bene, andate sulla strada che dalla Folla di Malnate, via Cantello, s’arrampica verso Gaggiolo. Di lato, mezzo chilometro prima del valico, c’è una sorta di Lapugnano italo-svizzero: non meno di quattrocento auto parcheggiate da mattina a sera. Le lasciano lì impiegati e operai che, da quando siamo in rete con la Svizzera grazie ai binari dell’Arcisate-Stabio (in verità qualcosa di più: la Milano-Mendrisio-Lugano) proseguono a piedi verso la vicina stazione e dalla vasta piana raggiungono fabbriche e uffici. S’annuncia l’idea di un ampliamento di settanta posti. E si contempla, collaudatissimo, il sistema del car-pooling: la macchina condivisa, a turni, da tre-quattro soggetti per arrivare allo snodo automobilistico da dove, ciascuno, prende la sua strada. Soddisfatti gli svizzeri che, non da ora, hanno in uggia le code nei loro paesi e il conseguente disvalore aggiunto: le emissioni di CO2. Alcune aziende ticinesi danno l’incentivo al dipendente non indigeno: ti pago il biglietto del treno Ti-Lo affinché tu lo utilizzi. Poi recatevi, di primo mattino, agli imbarcaderi di Porto Ceresio e di Ponte Tresa, ma anche di Brusino o di Morcote. Vedrete folle di frontalieri lacustri che usano il battello navigato, tra gli anni ‘50 e ‘60, da piccoli e innocui contrabbandieri domestici. La vecchietta varcava il confine d’acqua facendo due-tre viaggi al giorno, comprava caffè, zucchero, sigarette, saccarina nelle dosi consentite, qualche volta nascoste nelle giarrettiere sotto la gonna. Un volta rincasata, s’assicurava le diecimila lire al mese rivendendo ad amici e parenti il frutto del suo espatrio recidivo. Che cosa è successo? Come minimo la riscoperta di una mobilità che era caduta di moda. Sul battello ci si saliva per la gita domenicale, i treni non c’erano più. Le stazioni di Induno, Arcisate, Bisuschio ospitavano lugubri bivacchi, i binari per Porto Ceresio, addirittura soppressi, erano diventate discariche. Ne abbiamo sospirato per vent’anni il ripristino. Il capoluogo di provincia Varese, arrivando da Milano, era l’inizio di uno scoraggiante cul de sac. Gli altoparlanti avvisavano i viaggiatori: Varese, stazione di Varese, termine corsa. Intanto la politica descriveva pomposamente la Lombardia come porta d’Europa. Era un auspicio, che con grave ritardo, si è realizzato. E siamo convinti che il piano-stazioni, finalmente sfociato a Varese in cantiere aperto, meriti la pazienza con la quale dovremo sopportare disagi nel corso dei lavori. La riqualificazione – anche l’occhio vuole la sua parte, soprattutto sul biglietto da visita di una città- servirà se non altro a segnalare una diversa dimensione. Che è nei fatti: il nuovo miracolo italiano è la Svizzera. I miracolati, con qualche limitazioni, sono varesini, altomilanesi e comaschi attirati al di là del confine da stipendi tripli soprattutto nella metalmeccanica, nella logistica e nella sanità. Il tutto con scorno dei nostri imprenditori che inesorabilmente perdono operai e impiegati: nelle loro aziende essi si formano, imparano una tecnica, poi se ne vanno. Fa eco il lamento di alcuni partiti ticinesi, prima tra tutti la Lega di lì, ai quali non va giù la concorrenza italiana. Il grido “Prima il Nord” suona come una specie di pena di contrappasso.

E’ proprio tutto relativo. Ma che cosa non è successo e doveva succedere in venticinque dalla nascita della Regio Insubrica intenzionata a incoraggiare la caduta delle frontiere burocratiche, specialmente fiscali, tra fette di territori confinanti e omogenei? Non è successo niente. Convegni senza leggi. Confronti senza decisioni pratiche. Forse è il caso di riprendere in mano il dossier. Nel circondario italo-svizzero si contano 180mila imprese, due milioni e mezzo di abitanti cugini, un fitto scambio di commerci con una bilancia attiva per quel che ci riguarda. Puntando un compasso su Varese e disegnando un cerchio con un diametro di trenta chilometri si segnala la presenza di quattro università, tre italiane, una ticinese. Dove se non qui il pensiero debole di una cooperazione teorica può acquistare concretezza pratica? Aver regolato i rapporti tre due entità economiche e sociali di vasto e ricco respiro solo con lo sconto-benzina, francamente è poca cosa.