Il Fisco giogo per le pmi Merletti contro il governo

C’è un giogo che ancora imprigiona le imprese artigiane varesine e italiane. Si chiama Fisco, ancora troppo sproporzionato rispetto agli altri Paesi europei per poter parlare di competizione internazionale a pari livello. a denunciarlo, è il presidente di Confartigianato, Giorgio Merletti. Lo ha fatto ieri, nel corso dell’assebea annuale dell’associazione imprenditoriale.

Non che dal gverno non sia arrivato qualche segnale di buona volontà sul fronte fiscale, ma è assolutamente insufficiente. Le misure adottate per attenuare il carico fiscale sulle imprese non bastano. «Lo spread fiscale tra Italia e Ue è sempre troppo elevato: 28 miliardi nel 2015. In pratica, gli italiani pagano 461 euro di tasse a testa in più l’anno rispetto alla media europea. E il total tax rate, cioè la somma di tutte le imposte e tasse pagate dall’impresa al lordo dei profitti, è pari al 64,8%, il più alto in Europa» ha detto il numero uno degli artigiani.

«Ci aspettiamo – ha proseguito Merletti parlando all’assemblea – che nella prossima legge di stabilità siano attuate quelle misure di semplificazione e riduzione degli oneri previste nella delega fiscale e finora rimaste inattuate». Tra cui tassare i redditi delle imprese in contabilità semplificata secondo il criterio di cassa e non di competenza per poter pagare le tasse dopo l’incasso delle fatture; consentire la deducibilità totale dell’Imu sugli immobili strumentali; unificare Imu e Tasi in una imposta unica sui servizi; introdurre l’Iri, la nuova imposta sul reddito d’impresa, per dare concreti benefici fiscali a chi reinveste gli utili nella propria azienda.

«Senza l’attuazione di questi provvedimenti, ancora una volta avremo perso l’occasione per imprimere una svolta alla politica fiscale italiana e per sostenere davvero il rilancio delle piccole imprese» ha sottolineato Merltti.

«Su tutto, è necessario ripensare gli studi di settore. Il Governo, con le indicazioni di politica fiscale 2016-2017 emanate dal Ministro dell’Economia Pàdoan, si è impegnato a revisionare gli studi per semplificarli e renderli più efficaci e attendibili. È l’occasione giusta – secondo Merletti – per ritrovare le finalità che li ispirarono nel 1993 e farli tornare, da armi di accertamento automatico, a strumenti per rafforzare la compliance con l’Amministrazione finanziaria, premiare la fedeltà fiscale, ridurre la pressione sugli imprenditori e migliorare la loro capacità produttiva».

Ma il conto presentato dagli artigiani al governo Renzi non finisce qui. Ad esempio, al Fisco si aggiunge il peso della burocrazia. Per l’86% degli imprenditori resta la complessità delle procedure amministrative. Siamo lontani dalla media del 62% registrata nell’Ue. Solo per gestire gli adempimenti fiscali servono 269 ore l’anno, 92 ore in più rispetto alla media dei Paesi Ocse.

Sul fronte del lavoro, «abbiamo apprezzato le misure varate dal Governo con il Jobs Act»’ prosegue Merletti parlando ai colleghi di tutta Italia. «Ma non possiamo non rimarcare il profondo gap che ci divide dai maggiori Paesi industrializzati: in Italia il cuneo fiscale sul costo del lavoro dipendente arriva al 49% e supera di 13 punti la media Ocse. Con queste percentuali – dice – è davvero difficile rimettere in moto l’occupazione». Infine, il capitolo banche. E anche qui la strada è in salita. Le imprese artigiane «non si sentono di condividere» le dichiarazioni di ottimismo da parte degli Istituti di credito circa il rilancio dei prestiti alle imprese, «visto che, in quattro anni, dal dicembre 2011 allo stesso mese del 2015, i finanziamenti all’artigianato si sono ridotti di 11 miliardi» afferma Merletti, che chiede, per questo, di «non nominare il nome delle Pmi invano. Basta con l’abuso del termine Pmi. Non è un passepartout che fa diventare etico tutto quello a cui si appiccica questa etichetta», a cominciare dagli annunciati provvedimenti per sottrarre le imprese dall’esclusiva dipendenza bancaria.

«È molto più facile ripetere la litania delle piccole imprese freno allo sviluppo del Paese che guardare al valore che sta dentro al 99,4% delle imprese italiane con meno di 50 addetti e al 95,2% con meno di 10 addetti».