«Il Castello deve rifarsi il look Ci riproviamo, con un altro bando»

È stata comunicata in questi giorni dall’assessore alla Cultura Roberto Cecchi la notizia della mancata assegnazione da parte di Fondazione Cariplo del bando che avrebbe dovuto finalmente risolvere i problemi del Castello di Belforte, abbandonato al disfacimento da un cinquantennio. La delusione «Le ultime cascine – spiega l’architetto Ovidio Cazzola, i cui avi nel Seicento abitarono il Castello – furono abbandonate negli anni Sessanta». I fatti risalgono alla fine del mese di marzo, quando fu presentato, da Italia Nostra e da alcune associazioni coordinate nell’intesa di recuperare l’antico maniero, capitanate dall’architetto belfortese, un progetto che mirava a riportare in vita ciò che resta del castello, oggi ridotto pietosamente in stato di rudere. «L’assessore mi ha comunicato in un colloquio avuto qualche giorno fa la risposta negativa da parte della Fondazione. Cecchi mi ha spiegato di essere molto sorpreso ed incredulo della mancata assegnazione: d’altra parte faceva parte delle associazioni promotrici anche la Società Italiana dei Castelli, quindi è giunto abbastanza inatteso, purtroppo, il no». Il bando avrebbe assegnato ben 300mila euro ai lavori di recupero di quello che, pur essendo sprofondato nell’abbandono più completo, è considerato un vanto cittadino per vari motivi: non ultimo il fatto che vi soggiornò nell’ottobre 1164 Federico Barbarossa e, sette secoli più tardi, l’Eroe dei Due Mondi. La nuova fiamma Cazzola però non ci sta: il sogno della sua vita non può andare in fumo per un progetto apparentemente non idoneo ai requisiti di un bando; così, recuperando lo spirito battagliero che lo contraddistingue, ritenta la sorte. «Giovedì ho scritto a tutte le associazioni coinvolte nel convegno del 2015 che si tenne al Castello di Masnago e ho chiesto loro di farsi promotrici di un incontro urgente con il primo cittadino, perché io non considero affatto perduta la possibilità di partecipare ad un nuovo bando che scadrà il 30 di settembre, che questa volta sarebbe erogato dalla Fondazione Comunitaria del Varesotto. Non è il caso di presentare il medesimo progetto, per cui vorrei integrare la documentazione, ma soprattutto vorrei dar rilievo a ciò che di emblematico è nel Castello perché questo è espressamente richiesto dal bando; se poi Cecchi è d’accordo vorrei mettere anche in evidenza la funzione sociale che deriverebbe dal recupero dell’edificio». Tanti tesori E di emblematico nel complesso c’è davvero tanto, a cominciare dal pregevole affresco purtroppo gravemente mutilato di una Vergine in Trono con il Bambino, con a destra la figura di San Sebastiano trafitta da dardi e, a sinistra, una vasta lacuna che però, stando a ragioni di simmetria e di parallelismo con l’iconografia classica anche locale, dovrebbe aver raffiguLa facciata del Castello di Belforte e sopra uno degli affreschi rato in origine San Rocco: il quale, essendo morto alla fine del Trecento, potrebbe fungere da terminus post quem per la datazione, benché in esso si percepiscano chiaramente – come è stato riferito in sede di convegno – i tratti dell’arte del primo Quattrocento. E questo dipinto, venuto alla luce dopo i lavori di rifacimento del tetto della parte centrale secentesca, se confermata la datazione antecedente alla costruzione di palazzo Biumi, potrebbe essere stato affrescato su un nucleo originario molto antico e poi inglobato nel nuovo edificio patrizio: quella chiesa citata da Goffredo da Bussero nel XIII secolo che, secondo l’interpretazione del grande storico Mario Bertolone, era intitolata a San Materno e sarebbe stata proprio compresa nelle mura della roccaforte belfortese: parola di Giuseppe Terziroli, che non meno di Ovidio Cazzola grida a gran voce la necessità di ritrovare un futuro per il suo castello.