Il buon vino varesino vuole diventare doc

La Provincia Varese - 20/06/2017

Vino varesino d.o.c.? Dodici anni dopo aver ottenuto la Igt Ronchi Varesini, è tempo di puntare alla Doc, la denominazione di origine controllata. Se ne è parlato alla III Rassegna dei Vini Varesini, che si è svolta nei giorni scorsi a Induno Olona, per iniziativa del Comune e di Slow Food. Nel bel parco di Villa Bianchi gli stand di cinque cantine – Tovaglieri Golasecca, Cascina Ronchetto Morazzone, Cascina Filip Travedona, Laghi d’Insubria Albizzate e Cascina Piano Angera – e tanti appassionati di vino. Protagonisti del dibattito il giornalista Sergio Redaelli che ha presentato il libro “Varese terra da vino – Guido Morselli e il Sasso di Gavirate”, fresco di stampa (Pietro Macchione editore) e i due viticoltori Alessio Fornasetti, della cantina Torre San Quirico di Azzate, padre del “cru” di nebbiolo Sommo Clivo e Carlo Quadrelli, dell’azienda vitivinicola “Laghi d’Insubria”, ad Albizzate, nel cuore delle colline moreniche lungo la Valle dell’Arno. La provincia di Varese conta oggi diciannove ettari di terreni coltivati a vite (erano oltre tremila nell’Ottocento) e per il viticultore Alessio Fornasetti progettare la Doc è possibile, così come puntare ad estendere le vigne ad almeno duecento ettari: «Il nebbiolo – osserva – è l’uva d’elezione varesina e affinata in barrique può dare un vino d’alta qualità con caratteristiche aromatiche originali. Ma non è la sola. Penso a una Doc che riconosca altri vitigni storicamente appartenenti a questo territorio con rese di 70 quintali per ettaro contro i 140 della Igt. Lo sviluppo di una denominazione di origine selettiva può far da traino all’imprenditoria giovane. Tutto però dipende dalla cultura di aggregazione del territorio e ci vuole anche l’appoggio delle istituzioni e della politica, a cominciare dalla Regione Lombardia cui spetta assegnare i nuovi terreni da coltivare a vite». Sognare è lecito e l’obiettivo è restringere l’offerta troppo ampia della Igt. Il produttore Carlo Quadrelli di Albizzate è d’accordo: «Ci siamo accorti che il Disciplinare è troppo vago rispetto alla produzione che è già di alto livello – spiega – Si sente la necessità di una regolamentazione più aderente alle caratteristiche qualitative che le cantine varesine hanno raggiunto da tempo. E i vini creati da vitigni di Nebbiolo che è il più nobile tra gli autoctoni. Di qui l’idea di lavorare ad una DOC varesina al 100 % di nebbiolo». L’ipotesi della Doc è ventilata anche nel libro di Redaelli. Cronista per anni nei quotidiani milanesi e appassionato di storia – ha scritto le biografie della garibaldina Laura Solera Mantegazza, del papa Pio IV zio di Carlo Borromeo, dei benefattori Attilio e Teresa Cassoni cui è intitolato il Villaggio Barona a Milano e della dinastia di patrioti e imprenditori tessili Borghi di Gallarate – Redaelli si è dedicato per lavoro anche ad esplorare l’Italia vinicola e le produzioni agroalimentari da salvare. «Dopo un secolo di abbandono seguito alle malattie delle vite che colpirono i vigneti a fine Ottocento, Varese si è riscoperta terra da vino e nel 2005 ha ottenuto la Igt – rivela – Da Ludovico Sforza a Carlo Borromeo, da Guido Morselli a Vincenzo Dandolo a Carlo Porta, la storia racconta le antiche tradizioni del vino di Varese. I vini sono di buona stoffa, con bouquet fragranti e una piacevole personalità. Gli enoturisti e i buongustai li chiedono con i piatti tipici della cucina prealpina, i bianchi con il risotto al pesce persico e quand’è stagione con gli asparagi, i rossi con la polenta e i bruscitt e altre golosità prealpine. Dunque il futuro è roseo. E sognare la Doc non è vietato»