I voucher escono dal menuBar e ristoranti preoccupati«Strumento fondamentale»

La Prealpina - 24/03/2017

Un boccone indigesto: bar e ristoranti sono ancora sotto choc per l’abolizione dei voucher, i buoni lavoro che si potevano utilizzare per regolarizzare il lavoro occasionale. Il Governo li ha eliminati per Decreto, dando ragione di fatto alla battaglia della Cgil che sul tema voleva un referendum. Ma la novità non è stata gradita dagli addetti ai lavori, alla luce di un blackout al sistema che ha riguardato anche la provincia di Varese.

Lo spiega il presidente provinciale della Federazione pubblici esercizi Giordano Ferrarese: «Non ce l’aspettavamo, perché a livello nazionale stavano proseguendo gli incontri informativi con il Governo – dice il ristoratore e volto storico di Fipe-Confcommercio -. È stata una decisione inaspettata e devastante che dimostra come non si voglia spingere la ripresa del Paese. Avevamo spedito a tutti i politici un nostro documento in cui ribadivamo che i voucher sono uno strumento fondamentale nel turismo e nella ristorazione: ci avevano risposto di stare tranquilli, che si stava valutando l’intera questione, eravamo anche disposti a rivedere durata o limiti di utilizzo per evitare abusi. La discussione era in atto. E poi arriva questa tegola, senza preavviso, dopo due giorni: i voucher non ci sono più, si possono utilizzare solo quelli già acquistati per il 2017. Ci hanno tagliato le gambe. Ora ci devono spiegare una cosa: noi come facciamo?».

Una domanda disarmante. Un pensiero venuto ai tanti operatori del settore che utilizzano manodopera saltuaria, per esempio nei picchi stagionali, in occasione di prenotazioni impegnative, sotto le feste, nel fine settimana. E Pasqua si sta avvicinando. «Così hanno tolto un servizio essenziale senza dare un’alternativa che possa permettere di mettere in regola le persone anche per poche ore – ribadisce Ferrarese -. La problematica esiste già oggi, subito, siamo sommersi di telefonate da parte di colleghi che ci chiedono consigli. Non tutti hanno acquistato i buoni prima. In questo modo hanno voluto impedire il referendum della Cgil, rendendolo superfluo, ma come sempre non si sono valutate le difficoltà create agli imprenditori. Il danno per noi è enorme».

A essere penalizzati, secondo i ristoratori, sarebbero gli utenti e la forza lavoro giovane: «Pensiamo a quei ragazzi che studiano e non cercano certo un’assunzione a tempo indeterminato ma solo un extra lavorando il sabato e la domenica nei locali – spiega -. Oppure ai tantissimi camerieri pensionati che arrotondano grazie a servizi saltuari quando c’è bisogno. Sono tutte entrate preziose che sostengono le famiglie, anche solo con 10 euro all’ora. Ecco, perdiamo questa fetta importante. Turismo e ristorazione non solo come l’industria: non possiamo prevedere quali saranno i picchi da qui a sei mesi, viviamo alla giornata o a stagione per servizi particolari come la banchettistica. Siamo in seria difficoltà».

Manca dunque un aiuto nella gestione quotidiana, «perché un ristorante non sempre può permettersi di assumere una persona fissa e per sempre come vorrebbero i sindacati – chiosa Ferrarese -. Gli stessi ragazzi non sono in cerca di un stipendio completo perché non hanno nemmeno il tempo per lavorare sempre. E lo sfruttamento non si verifica certo nei nostri locali».

Per i sindacati, al contrario, è una battaglia vinta contro strumenti visti come «un paravento al lavoro nero, l’ultimo grado della precarietà – ribatte Umberto Colombo, segretario provinciale della Cgil -. Continuiamo ugualmente la nostra azione di informazione ai cittadini perché ci sono comunque 60 giorni per convertire in legge il Decreto. Nella nostra proposta di Carta universale dei diritti arrivata in Parlamento, all’articolo 80 e 81, proponiamo la possibilità di regolamentare il lavoro occasionale, con contratti più semplici ma comunque capaci di assicurare contributi pieni, tutele, ferie, malattie, mentre con i voucher, senza arrivare a un minimo, i contributi vengono persi.

Non diciamo di abolire questo mondo, ma di garantire tutele minime per tutti: perché spesso i ticket erano utilizzati per esempio per un numero inferiore di ore rispetto a quelle effettive, facendo esplodere il lavoro nero, come hanno dimostrato i controlli dell’Ispettorato».

Qui venduti 2,5 milioni di buoni

 

Secondo i dati dell’Inps, elaborati dalla Cgil Lombardia, in provincia di Varese nel 2016 sono stati venduti 2 milioni e mezzo di voucher (2.547.090, contro 1.994.949 del 2015). Anche a livello locale ci sono state diverse polemiche sull’utilizzo dei buoni lavoro per retribuire prestazioni occasionali, ora aboliti dal Governo Gentiloni che però promette una controproposta per colmare il vuoto lasciato. Di certo il Varesotto è al quarto posto in Lombardia, dopo Milano, Bergamo e Brescia: il boom nel commercio (320mila), nei servizi (278mila circa) e nel turismo (270mila), poi nel giardinaggio-pulizia (140mila), nelle manifestazioni sportive e culturali (92mila), nei lavori domestici (68mila), in restanti attività (46mila), in agricoltura (appena 6mila). Nella tabella con i dati Inps, però, c’è un dato particolare, che aveva già suscitato la preoccupazione dei sindacati: un milione e 300mila ticket, più della metà di quelli staccati nel Varesotto, sono stati emessi per “attività non classificata”. Un fatto su cui la Cgil aveva chiesto conto, nel timore che questa fetta fantasma nascondesse un ricorso ancora più massiccio a questa forma contrattuale. Per questo il maggior sindacato italiano aveva lanciato un referendum per chiederne l’abolizione totale, insieme a un secondo per la responsabilità sociale negli appalti (è la campagna referendaria “2Sì – Tutta un’altra Italia”). Una battaglia superata dalla decisione del Governo di eliminare i voucher. Il mondo delle imprese, in particolare quello dei servizi e del turismo, non ha invece gradito.