I vini varesini puntano all’etichetta Doc

La Prealpina - 09/06/2017

Una grande tradizione alle spalle, nuovo entusiasmo ed energie davanti: il tempo per il vino di Varese è maturo. Non è più ardito pensare a un’etichetta Doc per i Ronchi Varesini. Domenica, durante la terza rassegna dei nostri vini sarà presentato il progetto di Alessio Fornasetti, proprietario dell’azienda vitivinicola “Torre San Quirico s.s.a” di Azzate per arrivare a ottenere il salto di qualità definitivo per la filiera provinciale. L’intenzione è quella di presentare un progetto a Regione Lombardia per ottenere un aumento degli ettari destinati a nuove vigne per arrivare dagli attuali 19 a 200. Un passo necessario per poter allargare la base di produzione e conseguentemente aumentare il livello qualitativo. «L’impostazione del lavoro deve essere a lungo termine e incardinata sui giovani – ha sottolineato Fornasetti -. A Varese ci sono sempre più giovani imprenditori che desiderano aprire aziende vinicole e che hanno in mente idee qualitativamente elevate. Serve incanalare e armonizzare la loro energia». Un discorso del genere fino a pochi anni fa sembrava impossibile. Il vino a Varese era sul punto di sparire ma dopo l’ottenimento della Igt nel 2005 gli scenari sono cambiati e i Ronchi Varesini, nonostante la superficie per le vigne attuale sia di soli 19 ettari, stanno cominciando a crearsi un nome. «In provincia ci sono poche piccole produzioni di qualità – ha continuato Fornasetti -. Questo non è un male ma una risorsa, perché siamo costretti a puntare all’eccellenza, a un prodotto per mercati di nicchia, pensato per persone che si aspettano qualcosa di diverso». Una considerazione che ha valore, secondo l’imprenditore azzatese, perché si sta affermando una nuova generazione di consumatori: quella dei “millennials”. Sono giovani tra i 18 e i 34 anni, con un approccio enologico sempre più formato ed esigente. «Le caratteristiche delle nostre terre sono almeno dello stesso livello di zone come quelle di Ghemme e di Gattinara, Doc molto importanti – ha continuato Fornasetti-. L’esperienza Igt è consumata, la Doc sarebbe il naturale sviluppo per la nostra viticoltura».

Aumentare la produzione sì ma senza slegarla dalla qualità, dunque: «Sarebbe auspicabile vincolare l’utilizzo della denominazione al superamento di un esame organolettico molto severo, che identifichi non solo i difetti macroscopici da escludere ma una soglia qualitativa minima per poter usufruire della Doc».