I tesori del Sacro Monte Insubria per l’archeologia

La Prealpina - 22/02/2017

La Kay Scarpetta degli antichi, la coroner dei nostri avi dell’università dell’Insubria, sbarca al Sacro Monte. Sarà infatti la ricercatrice Marta Licata, dell’ateneo insubre, a occuparsi dell’analisi di quattro scheletri provenienti dagli scavi più recenti che hanno svelato un tesoro storico e artistico mozzafiato nella cripta, composto di tombe medievali in parte ancora da indagare. I resti di quattro sepolture sono ora “in mano” agli esperti del Centro di ricerca in Osteoarcheologia e Paleopatologia dell’università che ha preso vigore un anno fa e ha abbattuto i suoi confini, con missioni all’estero dei suoi esperti. A coordinare il centro, voluto da professor Giuseppe Armocida, psichiatra e docente di Storia della Medicina ora in pensione, è Marta Licata, archeologa che a Varese ha conseguito un dottorato di ricerca in Medicina e scienze umane e che opera nel Centro sotto la direzione di Ilaria Gorini, docente di Storia della medicina. L’arrivo a Sacro Monte o meglio lo studio dei reperti che dalla montagna sopra Varese sono stati portati nel quartier generale di Bizzozero (negli spazi dell’ateneo nell’area dell’Ats in via Rossi) rappresenta il simbolo del radicamento delle ricerche condotte in ambito biomedico e antropologico sugli uomini del passato. E rappresenta anche un punto di partenza per nuovi studi che, dopo aver spaziato in alcuni siti della provincia, potrebbero arrivare sotto la regia della Sovrintendenza, al Sacro Monte anche per la fase di indagine archeologica vera e propria. Tra gli scavi cui partecipa l’ateneo insubre, ricordiamo quelli all’esterno della chiesa di San Biagio a Cittiglio, grazie a un accordo con la parrocchia e al contributo della Fondazione comunitaria del Varesotto.

I resti umani dell’antichità sono esaminati da anni dall’Insubria ma analisi e ricerche hanno avuto impulso con l’arrivo di una archeologa che ha acquisito competenze di antropologia fisica e paleopatologia. «La ricerca storica archeologica credo debba avere un fine divulgativo e la ricerca antropologica e biomedica rischia di rimanere fine a se stessa se studia solo ciò che l’archeologia d’emergenza consegna», dice Marta Licata che in dicembre ha vinto il Premio azionale “Massimo Piccinini” con il volume “Questione emergenti in osteoarcheologia – Studio su un campione osteologico della Lombardia nord-occidentale”. Il salto verso una conduzione degli scavi e non solo dell’analisi dei resti scheletrici da parte dell’ateneo è una realtà – come a Cittiglio e ad Azzio – ma anche un obiettivo da consolidare, sempre sotto la direzione della Sovrintendenza per i beni archeologici della Lombardia. Spiega il professor Armocida: «Conoscere come si nutrivano, di che cosa si ammalavano e quanto vivevano gli uomini del passato, in quale contesto avveniva la sepoltura e con quale ritualità, sono tutte indicazioni essenziali per leggere il dato antropologico nel contesto archeologico e fornire indicazioni sul presente, in una indagine che è anche di scienza medica». L’ateneo negli anni non ha partecipato solo all’esame degli scheletri in laboratorio «e ora puntiamo a sviluppare la fase di progettazione e recupero degli scavi».