I Papi al Sacro Monte Una storia di devozione

La Provincia Varese - 15/12/2016

Duemila anni di Santa Maria del Monte sulla scena del mondo: è il ritratto che propone il volume di Sergio Redaelli, “I Papi di Santa Maria del Monte. Storie di Fede e di potere dai tempi di Ambrogio a papa Francesco” (pp. 316, ed. Pietro Macchione, euro 22,00). Una passerella su cui scorrono ventisette pontefici dalle alterne fortune, con una visione delle problematiche del proprio tempo che sovente ha inciso sulla evoluzione del più importante luogo di culto varesino. Solo due sono i Papi che hanno messo piede al Sacro Monte: nel XX sec. Paolo VI, di cui si ricordano le tredici visite negli anni 60, quando era “solo” Giovanni Battista Montini l’arcivescovo di Milano, e Giovanni Paolo II, giunto nel 1984 su invito di Monsignor Pasquale Macchi, già segretario di Paolo VI nominato arciprete di Santa Maria del Monte dopo la sua morte. Gli altri si sono occupati del Santuario in un arco di tempo che vede l’alone della Leggenda svelare pian piano i contorni della Storia documentata. Damaso I, Alessandro III e Gregorio IX, furono papi quando a Santa Maria del Monte non esistevano ancora né monastero né santuario: mille anni di papato, dal 366 al 1378, in cui le vicende della sacra vetta si intrecciano con il mito di Sant’Ambrogio (e della battaglia contro gli Ariani, degli eremiti che vivevano in grotte, del primo Altare portato al Monte ad avviare il culto di Maria); successivamente con la storia del Barbarossa, quando il Monte di Velate era un baluardo militare dei Sepriesi e infiammava la battaglia per l’indipendenza contro la supremazia di Milano (non esisteva un borgo di cittadini: vi era un antico fortilizio, difficile da individuare oggi a causa delle stratificazioni successive). Sisto IV sancì ufficialmente la costituzione in Monastero e Santuario, soddisfacendo la supplica di Caterina Moriggi e delle sue seguaci, di poter prendere il velo monacale e aderire alla regola agostiniana, entrando a far parte dell’Ordine di Sant’Ambrogio ad Nemus. La crescita esponenziale della devozione mariana moltiplicò a dismisura le fortune del Santuario, che iniziò ad accumulare terreni, edifici e persino interi borghi in Lombardia, e portò ad un nuovo interessamento papale a Santa Maria del Monte. Fu un Borgia, Alessandro VI, che nel 1502 concesse alle Monache il beneficio di gestire direttamente l’arcipretura amministrando Santuario e proprietà, con le quali prosperavano attività agricole, economiche e assistenziali. Scorrono secoli e papi e il Santuario vide purtroppo l’arrivo dei suoi giorni più bui: nel 1798 il Monastero viene chiuso da Napoleone e le monache “sfollate” e senza velo, mentre le cronache registrano atti di violenza e danneggiamenti e persino sparatorie dentro le Cappelle. Le Romite ritorneranno solamente 24 anni dopo, con la liberazione di Pio VII. Innovativa l’idea centrale del libro: rileggere sinotticamente la storia di Santa Maria del Monte secondo il criterio storico dei Papati. Redaelli, scrittore, giornalista, e collezionista di libri innamorato del territorio, è riuscito nell’impresa di sintetizzare una storia molto densa e articolata, “attinta dai grandi storici che mi hanno preceduto: Colombo, Lotti, Del Frate, e soprattutto il volume di riferimento delle Romite Ambrosiane”, dando vita ad un’opera indicizzata e facilmente accessibile. Il collegamento con le storie papali offre aneddoti e episodi a volte inediti, proponendo una lettura piacevole e scorrevole, adatta anche ad un pubblico non specialistico.