I giovani pagheranno il cuneo fiscale*

La Prealpina - 17/05/2023

Il taglio del cuneo fiscale, deciso il primo maggio dal Governo, ha suscitato critiche solo in una direzione:
si doveva fare di più.
Le ragioni del taglio erano chiare ed evidenti: la riduzione del potere d’acquisto a causa dell’inflazione, la
tassazione ancora troppo elevata, la necessità di combattere le disuguaglianze.

A fronte di un vantaggio immediato, però, si è aperta la porta a costi crescenti per il futuro, costi che saranno pagati soprattutto dai giovani.
Non si è dato alcun peso, infatti, al meccanismo applicato per rivedere la contribuzione. In pratica, per le fasce individuate, si crea una distinzione tra aliquota di finanziamento, che viene ridotta, e aliquota di computo, che rimane inalterata.
Quest’ultima è quella che verrà impiegata per il calcolo del montante contributivo, quindi, per la determinazione della pensione. I soldi che nel frattempo non arrivano all’INPS andranno compensati dalla fiscalità generale.

C’è il rischio, perciò, che la quota di maggior debito pubblico si trasformi presto in maggiore pressione fiscale. Chi pagherà? Al di là di questo lecito interrogativo, che pochi si pongono e a cui nessuno risponde, l’intera questione sta in questi termini: per risolvere un problema (sostegno parziale al potere di acquisto), ne stiamo alimentando un altro (debito pubblico), depotenziando, al contempo, il nostro
sistema previdenziale multi-pilastro. Questo, proprio nel momento in cui si avvia ad entrare in tensione.
L’intero sistema previdenziale, infatti, torna a farsi problematico.

Fin dagli anni ’80 del secolo scorso era apparso chiaro come fosse insostenibile un sistema a ripartizione, in cui i contributi di chi lavora servono a finanziare le pensioni di chi non lavora più. Soprattutto
se le prestazioni avessero continuato ad esser calcolate col sistema retributivo, slegato
dagli effettivi versamenti. Infatti, per mantenere la logica del beneficio definito – pensione uguale all’80% dell’ultimo stipendio – bisognava spesso aumentare l’aliquota contributiva, così arrivata al 33%.

La soluzione è stata trovata, da una parte, con l’avvio della previdenza complementare, dall’altra, con la riforma Dini, poi messa a regime dalla Fornero, passando al sistema contributivo. Il finanziamento a
ripartizione è rimasto, ma il calcolo delle prestazioni pensionistiche ora fa perno sul conto personale dove, idealmente, il lavoratore intestatario versa i contributi; è stato pensato per garantire l’equità
attuariale, per cui tutti ricevono ciò che hanno versato, ma anche per assicurare la sostenibilità del sistema previdenziale.

Già trent’anni fa, infatti, s’iniziò a valutare l’impatto del pensionamento dei babyboomer, che sta ora avvenendo. Ci si preoccupò di come smussare la gobba, cioè l’impennata della spesa pensionistica sul PIL. Proprio nel 1995 il tasso di fecondità toccò il suo minimo, a 1,19 figli per donna;
da allora è rimasto costantemente molto sotto la soglia di sostituzione. Contemporaneamente, è aumentata la speranza di vita alla nascita.

La combinazione dei due aspetti ha provocato l’invecchiamento della nostra società. Tra le altre cose, vuol dire che ci sono e ci saranno sempre meno lavoratori, i quali verseranno complessivamente meno contributi, mentre ci saranno più inattivi che vivranno di pensione per ben più di vent’anni.

Secondo le proiezioni dell’ISTAT nei prossimi sette anni, cioè entro il 2030, la quota di popolazione over-65 passerà dal 24 al 27%, mentre ci saranno quasi 2 milioni di italiani in meno, tra i 15 e i 64 anni. Ciò
implica un calo del 5% nell’offerta di lavoro.

Per inciso, si stima che in Provincia di Varese il calo sarà più contenuto, ma se continuerà la fuga verso
Milano o il Canton Ticino, per noi potrà essere peggio. Di queste cose, finalmente, se ne parla.

Lascia perplessi, tuttavia, che non si colga completamente la relazione tra demografia e previdenza. Dal dibattito sul cuneo, infatti, questi aspetti risultano del tutto assenti.


Michele Tronconi*
Past president
Assofondipensione