I conti pubblici in rosso zavorra per le imprese

Il debito pubblico fa paura alle imprese. Mentre prende corpo il nuovo esecutivo guidato da, Paolo Gentiloni, è dal bilancio dei mille giorni del Governo Renzi che nasce l’appello degli imprenditori alle forze politiche: «L’aumento del debito pubblico non aiuterà l’economia del Paese – afferma il presidente di Confartigianato Varese, Davide Galli – Anzi, a lungo andare potrebbe addirittura azzerare gli attuali deboli segnali di ripresa», lasciando in eredità alle generazioni future un conto salatissimo, che potrebbe anche tradursi in un «disincentivo al fare impresa». A danno, ovviamente, dell’intero sistema economico nazionale. Si punti piuttosto «a ridurre la spesa corrente e ad aumentare gli investimenti a sostegno della produttività».

Un vero e proprio appello quello del presidente degli artigiani, che riprende le fila della battaglia avviata a ottobre per mantenere alta l’attenzione degli amministratori pubblici nei confronti del quadro economico/sociale in cui si muovono, sempre più faticosamente, le piccole e medie imprese locali.

«Lo ha scritto anche il sociologo Luca Ricolfi – continua Galli – A fronte di innumerevoli (e sbandieratissimi) tagli di imposte e di spese, il peso della Pubblica amministrazione sull’economia è rimasto ai livelli altissimi che aveva toccato ai tempi dei governi precedenti. L’attesa di una riduzione del perimetro della Pubblica Amministrazione, che liberasse risorse per il settore privato, è andata sostanzialmente delusa». A ciò si aggiunga l’aumento dello stock del debito pubblico.

«La scelta di trasformare la spesa pubblica nel carburante per la ripresa, ancora una volta, ha dimostrato di non funzionare, così come è risultato inefficace il ruolo dello Stato come regolatore del mercato» prosegue Galli. «Fondamentale, per noi, resta al contrario la contrazione del peso che la pubblica amministrazione finisce per riversare sulle imprese, trasformandole non solo in sostituti di imposta, ma nello strumento per mantenere i principi del benessere sociale, della tutela del lavoro, della redistribuzione della ricchezza, della salvaguardia delle fasce più deboli, dell’occupazione giovanile e via aggiungendo». Compiti che, di norma, non spettano direttamente agli imprenditori.

Il tutto a fronte del permanere dei ritardi nei pagamenti a favore delle imprese che operano per le Pa.

Ai timori legati al presente, si legano i rischi in prospettiva futura: «Le nostre imprese vogliono continuare a operare in questo Paese, e in molte sono in corso i passaggi generazionali. Provi, chi governa, a immaginare con quale spirito un padre possa apprestarsi a lasciare in eredità l’azienda al figlio, Non vorremmo che questi timori si traducessero nella scelta di chiudere l’attività o di rinunciare al fare impresa».