Gli artigiani attaccano il governo che non c’è

La Prealpina - 30/04/2018

Come se la cavano le piccole e medie imprese artigiane della provincia di Varese dopo la batosta della crisi? Bene, ma non benissimo, verrebbe da rispondere dando un’occhiata ai numeri snocciolati dall’ufficio studi di Confartigianato Varese. In primis il tasso di occupazione. Varese registra un meno 0,2% che la colloca al ventitreesimo posto tra le province italiane. Non solo. A marzo, le imprese attve registrate in Camera di Commercio sono 61.280 contro le 61.884 dello stesso periodo dell’anno precedente, con una prevalenza delle società di capitale su quelle di persone. Tanto basta per generare qualche preoccupazione. «La sofferenza non è ancora superata nel comparto delle piccole e medie imprese – sottolinea Davide Galli, presidente di Confartigianato varese – penalizzate dagli ultimi colpi di coda della crisi, dalle difficoltà di accesso al credito e da una congiuntura economica tutt’altro che stabilizzata».

E poi ci si mette anche la politica, di fatto ancora nel pantano dopo il risultato delle urne dello scorso quattro marzo. «Siamo sommersi da giorni dal chiacchiericcio di una politica dei due forni che speravamo superata insieme alla Prima Repubblica – continua il numero uno degli artigiani varesini – mentre il Paese, e il suo sistema economico e sociale, richiedono da tempo un rinnovamento indispensabile per poter entrare a pieno titolo in una dinamica di ripresa – prosegue Galli – A questo si aggiungano i venti di frenata dell’economia che l’America ha già registrato, il protezionismo che rischia di minacciare la crescita, l’inevitabile fine (speriamo non anticipata) del programma di Quantitiative Easing e la frenata di investimenti legati a Industria 4.0, dopo mesi di segni sempre positivi alle voci iper e superammortamento». Sullo sfondo anche il rischio di innescare la bomba dell’aumento dell’Iva, con nuovo collasso di consumi interni. Insomma, il quadro è assolutamente instabile e le Pmi ne risentono, costrette a «fronteggiare al contempo la concorrenza internazionale, le spinte innovatrici, processi di riconversione e acquisizione di nuove competenze e l’inserimento di nuove professionalità», sottolinea ancora Galli.

Un doppio fronte che rischia di penalizzare uno sviluppo che, pure, «è nella volontà dell’impresa ed è necessario ai territori» sul quale «ci saremmo aspettati un diverso impegno, soprattutto da parte della politica» prosegue Galli. Che non nasconde, a questo punto, la preoccupazione per il futuro. «Nei programmi politici il tema del lavoro è spesso soverchiato da altre urgenze, mentre la spesa pubblica rischia di esplodere, i giovani continuano a portare su di sé il peso dell’incertezza del presente e i timori per il futuro e le riforme fiscali necessarie a sostenere la ripresa non sembrano compatibili con i dati rilevati in fase di approvazione tecnica del Def». Nel quale l’incognita dell’aumento dell’Iva rimane un macigno pesantissimo.