Gli abusivi in aeroporto«Tanti, ma diminuiscono»

La Prealpina - 01/11/2016

Da quando un anno e mezzo fa è stato legalizzato il servizio di facchinaggio, gli abusivi si sono ridotti. Forse non sono del tutto spariti, ma il carrellista non è più un lavoro che permette di sopravvivere ai senzatetto che vivono in aeroporto. Di conseguenza, sono diminuiti. «Questa è un’analisi abbondantemente vera», dice don Ruggero Camagni, il cappellano di Malpensa, diventato un vero punto di riferimento, materiale e spirituale, per i disperati che trovano rifugio al T1. Il sacerdote ama parlare con i numeri, ma non li ha in suo possesso. Stime dicono che gli homeless oggi siano una cinquantina, un terzo rispetto al picco massimo raggiunto due anni fa. Lui rifugge dalle statistiche basate sulle impressioni e ammonisce: «In questo modo facciamo male innanzitutto a noi stessi, perché ci sarà sempre chi dice che questo è un posto meraviglioso e chi si lamenta anche quando va tutto bene. E così, dando retta alle impressioni negative, va a finire che diventiamo apprensivi, senza riuscire a fornire uno spaccato oggettivo della realtà. Forse sarebbe meglio partire da una domanda: perché ci sono queste situazioni in aeroporto?”.

A Malpensa vivono papà divorziati che pagando gli alimenti alla moglie non possono permettersi un secondo affitto, donne vittime della disoccupazione e della solitudine, ma soprattutto stranieri. «Bisogna avere il coraggio di fare un’indagine sul perché vanno via dai loro Paesi», dice don Ruggero. E lui, nel piccolo della sua realtà aeroportuale, lo fa. Ascolta le loro storie, tenta di coinvolgerli e di aiutarli con i mezzi (pochi) a sua disposizione. «Che siano italiani o stranieri, qui mi chiedono di tutto, ma non la religione. Tanti non sanno nemmeno che sono un prete. I sacramenti non interessano, la mia occupazione è fare la carità».

Ci sono innanzitutto gli africani, in particolare del Ghana e del Burkina Faso, «attirati dal dio euro che ci fa stare bene, che ci fa avere le belle macchine e il telefonino. O almeno così credono. Se li ascolti scopri che sono mandati qui dalle loro tribù, non sono voluti venire di loro spontanea volontà». Poi ci sono i nordafricani e le persone dell’Est Europa, tra cui tante donne. La vocazione sempre più orientale di Malpensa ha inoltre generato negli ultimi anni in aeroporto e a cascata sui territori circostanti l’arrivo di cinesi, bengalesi, indiani. «Persone che, senza voler generalizzare, per cultura lavorano tantissimo, non sono propense al male e non vogliono guadagnare in modo disonesto. Persone che dunque favoriscono la pace sociale ma allo stesso tempo generano conflittualità culturale tra africani ed europei, abituati a vivere in maniera diversa».

E’ il mondo in un aeroporto, insomma, ma un mondo più piccolo rispetto a due anni fa. «Sono diminuiti – spiega don Ruggero – perché hanno riscontrato maggiori difficoltà a essere aiutati. Quando il mio panino, anziché per uno, incominciava a essere diviso per quattro, non accontentandosi sono giustamente partiti. Vanno all’estero: in Spagna, Germania, Gran Bretagna, in genere con mezzi forniti da piccole organizzazioni che li accompagnano al confine. Qui c’è ancora qualcuno che con l’offerta del carrello tira a campare, guadagna quei pochi euro che gli permettono di comprare la farina che mischiano con il sale o lo zucchero, così da avere due tipi di cibo diverso. C’è gente che si è abituata ad alimentarsi così». E’ però anche un mondo fatto di solidarietà. Perché sebbene vengano chiamati “invisibili”, non lo sono affatto agli occhi di tanti dipendenti aeroportuali che non vedono in loro una minaccia per la sicurezza e il decoro dello scalo, bensì soltanto degli essere umani da aiutare. «Questo è un fatto», conclude don Ruggero. «Ci sono diversi lavoratori che rinunciando alla propria pausa pranzo donano il loro buono pasto a queste persone». Che siano 50 o 150, dunque, al cappellano non interessa. «Chiediamoci perché sono qui».