Giù altre 104 case sotto gli aerei Ora basta degrado e clandestini

La Prealpina - 16/02/2017

Tre milioni e novecento mila euro per il primo lotto di demolizioni, completato mentre Milano veniva invasa dai visitatori di Expo. Altri tre milioni e novecento mila euro, da finanziare mediante l’utilizzo di parte delle risorse disponibili sul Fondo di rotazione Malpensa, per completare l’opera con il secondo e ultimo intervento. La prossima estate torneranno le ruspe a Case Nuove, Ferno e Lonate Pozzolo per abbattere le case delocalizzate ancora in piedi, da troppo tempo ormai esempio di degrado, abusivismo e insicurezza attorno all’aeroporto. E’ una ferita aperta dal 1998 che Regione Lombardia chiuderà per sempre, con un ultimo sacrificio economico per le casse pubbliche che, a conti fatti, peserà quasi otto milioni di euro. Fu l’assessore al Territorio Viviana Beccalossi (nella foto Blitz), tre anni fa, a dire che quella vergogna attorno a Malpensa sarebbe scomparsa, ed entro la fine dell’anno potrà dire di avere mantenuto la promessa.

Secondo i numeri ufficiali di Aler, contenuti nel progetto di fattibilità presentato ai tre Comuni interessati nei giorni scorsi, la prima fase di demolizione ha raso al suolo 102 immobili.

La prossima estate ne verranno abbattuti altri 104, di cui 59 a Lonate Pozzolo, 33 a Case Nuove e 12 a Ferno. Se si considera che, complessivamente, furono 536 le unità immobiliari, corrispondenti a circa 250 immobili, acquisite da Regione Lombardia con i due bandi di delocalizzazione (2001 e 2007), si può dire che il problema è risolto. Sono pochissime le case che rimarranno ancora in piedi, di cui la stragrande maggioranze sono già state riconvertite come sede di associazioni del territorio. Sono case comprate da Regione Lombardia dagli abitanti scappati dopo l’apertura di Malpensa 2000, quando la residenza attorno alla recinzione dello scalo non venne più considerata compatibile con il rumore generato dagli aerei in decollo. Erano villette di pregio (alcune), sono diventate rifugio di senzatetto, vittime dello sciacallaggio, «sede di messe nere e orge» (denunciò il sindaco di Ferno Mauro Cerutti nel 2012 nel tentativo di smuovere le acque), di certo pessimo biglietto da visita per i cittadini del mondo che atterrano in Italia convinti di trovarsi nel Belpaese.

Furono quasi duemila le persone che, nel nome del progresso, scapparono altrove. Troppo ingombrante quel mostro di cemento chiamato Terminal 1 sorto vicino alle loro abitazioni, troppo rumorosi gli Md80 di Alitalia che cominciarono a sorvolare sopra i tetti con la media di uno ogni tre minuti per credere di poter garantire ai loro figli un futuro di serenità. Meglio prendere i soldi messi a disposizione dal Pirellone e scappare via. Don Franco Gallivanone, allora prevosto di Somma Lombardo, non esitò a definirla una diaspora. Il futuro di quelle aree, ora, è tutto da scrivere. Lonate punta sull’insediamento di nuove realtà industriali, Ferno vorrebbe creare aree verdi, Somma sogna di riconvertire Case Nuove in una cittadella aeroportuale, polo di attrazione per il terziario avanzato. Quel che è certo è che entro la fine dell’anno torneranno a essere prati verdi. E se anche tali rimanessero, non sarebbe comunque più un problema. E’ la natura che torna a prendere il posto del cemento.