Giovani, 27mila nullafacenti

La Prealpina - 16/05/2017

Hanno un’età compresa tra i 15 e i 29 anni e trascorrono le loro giornate senza fare nulla: non riescono a trovare una occupazione e scelgono di non approfondire i loro studi, magari impegnandosi per una laurea o una specializzazione che potrebbe aiutarli a firmare un contratto di assunzione. In inglese si chiamano Neet e non si creda che nella ricca e industrializzata provincia di Varese siano un numero esiguo. Anzi. E’ esattamente l’opposto. I giovani varesini che non studiano e non lavorano nel 2016 erano ben 27mila, vale a dire uno su cinque tra i residenti sul territorio provinciale. Numeri che collocano la provincia in una posizione peggiore rispetto alla media regionale. In Lombardia, infatti, i Neet rappresentano il 17% della popolazione. «I numeri sono preoccupanti – commenta Massimiliano Serati, professore associato di Politica Economica alla Liuc di Castellanza – ma dobbiamo anche precisare che il fenomeno è presente in maniera massiccia da qualche anno. Bisogna fare una precisazione, però. Vista la mobilità del mercato del lavoro, è difficile mappare il fenomeno». Il che significa che se è vero che i giovani nullafacenti sono un vero e proprio esercito, è altrettanto vero che ciò non equivale a dire che il mercato del lavoro varesino non funziona. «E’ chiaro però – continua Serati – che i giovani vivono un periodo di seria difficoltà dal punto di vista occupazionale». Le ragioni? «Sicuramente la trasformazione in atto a livello di produzione industriale – spiega il docente della Liuc – E’ in corso il passaggio dal vecchio modello al nuovo, con l’introduzione delle nuove tecnologie e la specializzazione in settori di nicchia. Una fase di transizione che sicuramente ha lasciato dietro di sé persone senza lavoro». A questo, però, per i pi giovani, si aggiunge anche un altro elemento. «Probabilmente sul nostro territorio – spiega Serati – la cintura protettiva dei genitori è un po’ più solida che altrove e ai ragazzi è consentito di prendersi più tempo per decidere cosa fare della loro vita». . Una cosa è certa, però. Chi sceglie di non studiare non creda di avere la strada spianata. «I nostri ragazzi fanno fatica a iscriversi all’università – sottolinea il docente – e tra il 2005 e il 2015 a livello italiano ci sono state 65mila matricole in meno. Da non sottovalutare, per questo trend, anche l’impatto dell’Isee sulle rette universitarie e le scarse risorse destinate alla ricerca in ateneo. Eppure dobbiamo dire con chiarezza una cosa. Guardando a lungo termine, chi è in possesso di una laurea o di una specializzazione avrà certamente più possibilità di inserirsi nel mondo del lavoro. Chi ne è sprovvisto, si ritroverà la strada in salita nel momento in cui deciderà di tornare in attività. Durante i colloqui, sicuramente, peseranno gli anni in cui non si è fatto nulla né in aula, né in azienda».