Gallarate «Noi lavoriamo, lui non s’accorge»

La Prealpina - 15/02/2017

Sulla sua scrivania tiene “Il ragazzo cattivo” di Kate Summerscale. Sta vicino al libro su “L’iperattività, aspetti clinici e interventi psicoeducativi” e a “Le imprese del patriarca” di Luigino Bruni, un approfondimento su mercato, denaro e relazioni umane nella Genesi. Sull’attaccapanni la sciarpa dell’Inter, davanti la riproduzione di Pinocchio, il burattino che si trasforma in bambino.

Lo sto aspettando

Don Antonio Mazzi ti guarda subito storto, gioca a fare il burbero. Poi sale al primo piano, nella sala gialla ed entra a bomba sul tema dell’intervista: Exodus a Gallarate. Dalla sede della fondazione al Parco Lambro di Milano cerca di riannodare i fili di un discorso che, per lui, non si è mai interrotto, nonostante il sindaco Andrea Cassani sia nel pre, sia nel post elezioni abbia usato parole tutt’altro che tenere nei confronti della onlus che lui rappresenta e che è profondamente radicata in città. Ultima puntata, dopo l’assenza al pranzo di Natale e il non rinnovo della convenzione per i lavori socialmente utili ai profughi, le dichiarazioni del primo cittadino nell’intervista a La Prealpina di settimana scorsa: «Lo sto ancora aspettando», riferendosi all’incontro di luglio con il sacerdote sul ruolo delle cooperative e l’utilizzo della manodopera locale. Quasi come dire: tante chiacchiere, poca sostanza.

Lavoro importante

Prima di rispondere a quest’altro attacco il sacerdote si schiarisce la voce: «Scrivi pure che don Antonio – parla in terza persona – si è reso conto che avrebbe perso tempo ad andare dal sindaco e ha cominciato a lavorare sulle cose dette in quell’incontro. Ha preferito rimboccarsi le maniche piuttosto che andare a discutere pur incontrando diverse difficoltà, ovvero blocchi burocratici e tagli. Ma è troppo importante il lavoro che stiamo svolgendo nel mondo del disagio e dei giovani, sulla scuola e sugli immigrati. A Gallarate abbiamo dato risposte a casi di livello nazionale nel silenzio, anche se il sindaco non se n’è accorto».

Progetto educativo

Resta, però, il nodo di Villa Calderara, il fiore all’occhiello di Exodus che continua a rimanere poco utilizzata: «Dopo aver garantito al sindaco che lì non ci sono immigrati – torna alla carica – ribadisco la volontà di utilizzarla come sede per incontrare le famiglie, gli insegnanti e i ragazzi in un progetto educativo che qualifica tutta la città». E i posti di lavoro per i gallaratesi ai quali il sindaco tiene così tanto? «In sette anni – è la risposta del responsabile locale Roberto Sartori – abbiamo assunto ventotto dipendenti di cui solo quattro sono extracomunitari». L’importante, secondo il don, è avere «la visione di ciò che ci sta accadendo intorno per riuscire a dare una lettura diversa della società di domani. Questo è il nostro mestiere, sapendo di agire in un mondo delicato, sempre partendo dai giovani».

Emergenza giovani

Insomma, l’azione è tutt’altro che spenta, don Mazzi dà massima fiducia all’operato gallaratese e risponde, indirettamente, a chi l’accusa di cercare sempre e comunque la visibilità: «A Lonate abbiamo avuto Fabrizio Corona, ma non ne avevamo certo bisogno. Anzi». E allora perché chiudere le porte all’associazione? «Penso che Exodus sia un’opportunità per la città – conclude don Mazzi – siamo sicuri che sulla strategia per combattere il disagio ci sia una convergenza generale». Una frase che assume le caratteristiche di una mano tesa verso il sindaco e verso una città che non può rifiutarsi di affrontare queste scomode tematiche, soprattutto adesso che l’emergenza giovanile mostra la punta dell’iceberg con le insofferenze del gruppo di via San Giovanni Bosco. Ma la cura non può essere soltanto la repressione. Serve una via d’uscita su una materia nella quale Exodus ha dimostrato in tanti anni di avere validi ed efficaci argomenti.