Frontalieri utili alla Svizzera Lo dice il governo di Berna

La Prealpina - 30/06/2020

«L’immigrazione che la Svizzera ha vissuto negli ultimi anni sembra aver soddisfatto le esigenze del mercato del lavoro». Parole forti, queste, che non mancheranno di suscitare polemiche, espresse ieri dalla Segreteria di Stato dell’Economia (Seco) Svizzera che ha presentato a Berna il 16° rapporto dell’Osservatorio sulla libera circolazione delle persone tra Svizzera e Unione europea. Il tema è caldo, anche perché il prossimo 27 settembre i partiti conservatori svizzeri hanno chiamato il popolo a votare una sorta di “Swissexit” lanciata dall’Unione democratica di Centro (UDC) dal titolo “Per un’immigrazione moderata (iniziativa per la limitazione)”. In gioco c’è molto di più del lavoro per i frontalieri lombardi o piemontesi, che pure – se passasse la votazione – vedrebbe la Confederazione costretta a comportarsi come il Regno Unito, in gioco c’è proprio l’approccio bilaterale tra la Svizzera e l’Unione europea.

L’economia svizzera è in buona salute grazie alla via bilaterale, ha affermato la ministra federale di giustizia Karin Keller-Sutter, aggiungendo che ora, dopo la crisi del coronavirus, l’obiettivo comune è rilanciarla. «Le aziende – spiega argomentando che questa è la posizione del Governo – hanno bisogno di stabilità, non di esperimenti rischiosi».

Insomma, Berna riconosce che la via bilaterale – ma controllata – è indispensabile ma i partiti di maggioranza relativa vogliono limitarla: il sistema federale di pesi e contrappesi porta il popolo a farsi un’idea e infine, il 27 settembre, ad esprimersi. I sindacati ritengono che l’iniziativa sia finalizzata all’abolizione delle misure di accompagnamento. Secondo loro il suo vero scopo non è quello di limitare l’immigrazione: si tratta di deregolamentare il mercato del lavoro e mettere sotto pressione i salari, ha spiegato il consigliere nazionale socialista Pierre-Yves Maillard, presidente dell’Unione sindacale svizzera (USS).

Certo, il Ticino ha una sua peculiarità e il rapporto della Seco sulla libera circolazione lo riconosce come un caso particolare: «Con una quota del 28,5%, i frontalieri hanno costituito nel 2019 – così come l’anno precedente – una fetta estremamente elevata del mercato del lavoro locale. Negli ultimi otto anni la quota dei frontalieri è aumentata significativamente (+5,6% rispetto al 2010)».

A questo va aggiunto che la Romandia, area francese, ed il Ticino hanno tassi di disoccupazione più elevati rispetto alla Svizzera tedesca. Cosa questo vorrà dire nelle urne è quasi scontato e le regioni di frontiera italiane dovrebbero guardare con attenzione alla ripresa di questa campagna d’autunno ma non con gli occhi di chi viene discriminato ma con la volontà di capire in che modo è possibile creare maggiore occupazione nelle regioni periferiche. Magari agevolando, proprio come avviene in Ticino, chi decide di aprire un’azienda da questa parte del confine.