Frontalieri – Berna apre al telelavoro

La Prealpina - 25/01/2023

Qualcosa di muove sul fronte dell’accordo per il telelavoro dei frontalieri italiani occupati in Svizzera, intesa che scadrà a giorni, il 1 febbraio: la Confederazione non chiude la porta, si dice anzi favorevole a discutere le norme con l’Italia e “butta la palla” in campo romano. È sempre più evidente l’importanza che questa forma di occupazione ha anche per le parti sociali e le sigle commerciali e industriali ticinesi, tanto che queste hanno scritto una lettera all’equivalente del ministero delle finanze a Berna, alla Segreteria di Stato per le questioni finanziarie internazionali (Sfi) per andare in pressing sull’Italia. La risposta giunta dai palazzi federali all’Associazione industrie ticinesi, camera di Commercio, dell’industria e dell’artigianato, oltre che ai sindacati Unia e Ocst, apre alla possibilità di dialogo.

«L’accordo amichevole tra Svizzera e Italia del 18-19 giugno 2020 rimarrà in vigore fino al 31 gennaio – scrive la Segretaria di Stato Daniela Stoffel nella lettera di risposta di ieri – . A partire dal 1° febbraio saranno applicabili le regole abituali previste dalla Convenzione per evitare le doppie imposizioni e dall’Accordo del 1974 relativo all’imposizione dei lavoratori frontalieri. Le regole garantiscono la necessaria certezza del diritto e permettono di evitare la doppia imposizione anche per coloro che esercitano la loro attività, totalmente o parzialmente, in telelavoro». Ciò premesso, prosegue Stoffel, «vi è la disponibilità da parte svizzera a discutere con I’Italia in merito a eventuali regole speciali per l’imposizione del telelavoro. L’accordo del 2020 relativo all’imposizione dei lavoratori frontalieri, attualmente ancora in fase di ratifica in Italia, prevede inoltre espressamente la possibilità che le autorità competenti concordino norme speciali in materia». Alcuni vantaggi di questa forma di lavoro sono innegabili: il minor traffico tra le strade di frontiera, maggiore qualità di vita, più tempo da passare con le famiglie, risparmio energetico.

Il nodo resta quello delle delle tasse, che nel caso in questione dovrebbero essere pagate in parte in Italia dai frontalieri che superano la quota del 25% di questa forma di lavoro da casa (fino a gennaio invece si paga alla fonte, in Svizzera, senza la doppia voce). Alcuni deputati di Varesotto e Comasco si stanno muovendo proprio per capire se vi sia intenzione da parte del responsabile del dicastero dell’Economia nel sedersi ad un tavolo con i funzionari elvetici. E proprio il ministro Giancarlo Giorgetti, in un incontro a Morbegno (Sondrio), ha annunciato che il Governo italiano sta studiando un “premio fiscale di confine” per consentire ai lavoratori e alle imprese italiane di «scegliere se lavorare in Italia o in Svizzera». Premio – ha spiegato il varesino Giorgetti – da attribuire a quelle aziende e a quei lavoratori che entro i 20 chilometri dal confine intendono mantenere la produzione e quindi la creazione di ricchezza in Italia, altrimenti il rischio è di una concorrenza insostenibile, con la conseguente desertificazione produttiva. Paradossalmente – aggiunge il ministro – questo premio di confine «è importante ma non è risolutivo, perché bisogna immaginare il futuro con queste forme di intervento e con investimenti e la promozione dell’imprenditorialità». Iniziative cui il nord del Varesotto anela da tempo.

Stipendi, strade e Zes Il pioniere fu Sanna

A proposito di telelavoro, è giusto dare anche qualche dato che riguarda la Svizzera, visto che ad essere chiamati in causa sono i frontalieri. Uno studio, pubblicato ieri, realizzato dalla Fhnw, la Scuola universitaria professionale della Svizzera nord-occidentale, su mandato di Work Smart Initiative, una rete a cui partecipano diverse aziende, ha evidenziato che a salire fortemente è la quota di coloro che lavorano molto spesso o quasi esclusivamente nelle nuove modalità “smart”: erano il 10% nel 2016, sono saliti al 23% nel 2020 (picco del coronavirus) e si mantengono al 21% nel 2022.

Il telelavoro, complessivamente, nel 2022 ha interessato almeno saltuariamente il 46% dei dipendenti, solo 2 punti percentuali in meno di un analogo sondaggio risalente al 2020, ma 8 punti in più del 2016. Dall’analisi emerge che il lavoro mobile è più diffuso nelle grandi società che nelle piccole e medie imprese (53% contro 40% almeno saltuariamente), nonché fra gli uomini più che fra le donne (51% a 39%).

Sul fronte del progetto “premio fiscale” nella fascia di confine, va pure detto che antesignano di proposte del genere fu l’allora sindaco di Lavena Ponte Tresa, Antonio Sanna (nella foto il valico). Già dalla metà degli anni ‘90 “profetizzò” il trasferimento di aziende oltre confine attratte da meno burocrazia e da infrastrutture di trasporto veloce. AlpTransit era ancora là da venire. Nel luglio 2018 fu il deputato della Lega Matteo Bianchi a puntare per primo su “premialità” al confine, per chi rimaneva e investiva da questa parte, con un disegno di legge a sua firma. Il Governo accolse poi un ordine del giorno nel 2021 sempre di Bianchi inerente la revisione del cuneo fiscale per garantire un salario netto in busta paga più alto ai lavoratori di aziende a 20 chilometri dal confine. All’avvio di questa ultima legislatura, nell’ottobre 2022, il senatore Massimo Romeo (Lega) ha riproposto l’istituzione di una Zona Economica Speciale per valorizzare territori che perdono manodopera qualificata. Insomma, il confine è “croce e delizia” per chi ci lavora ma anche per la politica nazionale che deve governare processi economici che da sempre fanno parte di tutte le regioni di frontiera.