Fallisce anche Tmc I cinesi dicono no

La Prealpina - 15/09/2016

Dalle corse ciclistiche al fallimento il passo è breve. Dopo il caso della Imf di Luino e dei suoi 120 dipendenti sull’orlo della disoccupazione, la stessa sorte si prospetta ora allo stesso numero di dipendenti rimasti a contratto della Tmc Transformers, una ditta di trasformatori elettrici con sede in viale delle Industrie, nella zona industriale di Sacconago. Pochi giorni fa, è stato loro comunicato da parte dei dirigenti la decisione di portare i libri in tribunale, dichiarare il fallimento e lasciare al curatore l’onere di sbrogliare una situazione ormai irreparabile. Già da inizio anno, il malcontento montava in azienda e attorno alle attese per una trattativa delicata si concentravano le speranze di rilancio. Nell’interesse di rilevare l’azienda bustocca, infatti, si fece avanti un grosso gruppo cinese, la Dandong Xintai Electric, che prometteva di togliere le proverbiali castagne dal fuoco. Ad avercele messe, le castagne, fu un’operazione che a posteriori si sarebbe rivelata quanto mai improvvida: la scelta di lanciarsi in un’avventura nel mondo dei pedali. Nel 2012, gli storici proprietari della Tmc, i fratelli Andrea e Luca Colombo, sottoscrissero per conto dell’azienda un contratto di sponsorizzazione con la Gm Bikes, una società svizzera attiva nel ciclismo professionistico. Fondata e diretta daMauro Gianetti, un ex ciclista elvetico oggi manager, la Gm Bikes controllava la squadra spagnola nota nell’ambiente con i nomi dei main-sponsor Geox e Saunier Duval, oltre che, per un breve periodo, con il nome appunto della Tmc, co-sponsor della squadra. A detta dei sindacati, fu quello l’inizio della fine, dal momento che a causa di insolvenze contrattuali la Tmc si trovò a maturare un debito di 6 milioni di euro a vantaggio di Gianetti e della Gm Bikes. Una sentenza del tribunale di Losanna portò infine alla cessione della maggioranza delle quote azionarie al gruppo elvetico, che si trovò così di fatto proprietario di un’azienda per cui non aveva interessi né competenze di settore. Benché il lavoro non sia mai mancato, i cambiamenti ai vertici non giovarono alla Tmc e solo l’offerta cinese che, stando a quanto lasciato trapelare, doveva inizialmente orientarsi all’acquisizione degli asset produttivi, convinse lavoratori e sindacati a mantenere un profilo basso, confidando in una fresca iniezione di liquidità: «O si recuperano in qualche modo i soldi necessari a continuare la produzione, oppure s’andrà incontro a fallimento certo», preconizzavano i sindacati non più tardi dello scorso febbraio. Fu una buona profezia. Le trattative con i cinesi si sono progressivamente arenate e gli ultimi aggiornamenti potrebbero sgomberare il campo da ogni residua illusione. Difficile immaginare un rientro dalle vacanze più amaro.