Fallimento PedemontanaIl giudice prende tempo

Questione di giorni. Tutt’al più di settimane. Non si è voluto sbilanciare il giudice Guido Macripò, ieri, al termine dell’udienza del procedimento nel corso della quale i pm milanesi Giovanni Polizzi e Paolo Filippini hanno sollecitato di nuovo l’accoglimento della propria istanza di fallimento di Apl (acronimo per Autostrada Pedemontana Lombarda), la società controllata al 78% da Milano-Serravalle (la cui maggioranza è a sua volta detenuta al 52% da Asam Spa, la holding delle partecipazioni societarie facenti capo a Finlombarda Spa controllata interamente dalla Regione Lombardia, ndr) e partecipata anche in minima parte da Intesa Sanpaolo e Ubi.

Ieri mattina, l’ultima udienza di discussione si è risolta in poco meno di un quarto d’ora. A quel che si è saputo, il verdetto – in caso di stop all’autostrada, in Regione si avrebbero importanti ripercussioni a livello politico -, spetterà a un collegio composto da un trio di giudici in forza alla sezione fallimentare del Tribunale del capoluogo lombardo, tra cui lo stesso Macripò.

Come è risaputo, l’autostrada ha una lunga e controversa storia: il progetto completo contemplerebbe 68 chilometri (più le due tangenziali di Como e Varese), che dovrebbero collegare la provincia di Varese con quella di Bergamo.

Per il momento è stato costruito solo un terzo dell’opera, che per essere realizzata totalmente avrebbe un fabbisogno finanziario di circa 5 miliardi (oneri finanziari inclusi, ndr), ma che per ora ne ha a disposizione meno di 2 miliardi, tra capitale versato dai soci, prestito ponte delle banche, prestito della controllata Serravalle e fondi pubblici (questi ultimi ammontano a 1,2 miliardi, di cui 800 milioni già utilizzati, ndr).

Per l’accusa i conti non sono in equilibrio e pertanto conviene far fallire la società. Secondo la Procura, «i bilanci evidenziano uno squilibrio finanziario della società che risulta sovraccaricata, quantomeno dal 2012, del peso dell’indebitamento, in particolare nei confronti degli istituti di credito e dei fornitori che rappresentano il 66-72% del totale fonti di finanziamento».

La stessa Procura, la cui richiesta di fallimento ha preso origine da due inchieste distinte per falso in bilancio, risalenti al 2015 e al 2016, ha aperto un fascicolo ancora contro ignoti in cui si ipotizza il reato di corruzione. Nel mirino, in questo caso, «lo stato di realizzazione dei lavori aggiudicati alla società Strabag (l’impresa che ha vinto l’appalto per la seconda parte delle opere, ndr)», ma anche la reale «effettiva operatività dei cantieri».

La difesa, rappresentata in giudizio da un pool di legali capitanati dall’avvocato Luigi Arturo Bianchi, sembra essere basata essenzialmente su tre punti forti: primo, l’assenza di richiesta da parte dei creditori, il che starebbe a dimostrare come lo stato di insolvenza, ipotizzato dall’accusa, sarebbe solo teorico; secondo, il proseguimento dell’attività in continuità aziendale; e, terzo, l’approvazione avvenuta dopo la richiesta di fallimento dell’atto aggiuntivo da parte del Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica), in grado di mettere nero su bianco una defiscalizzazione dell’opera per 380 milioni (un atto per altro ancora in attesa dell’okay della Corte dei Conti, ndr). Di più, nel segreto dell’aula, i difensori di Apl avrebbe lasciato intendere che ci sarebbero buone chance per un imminente aumento di capitale.

«Futuro già scritto nei conti di bilancio»

 

Autostrada Pedemontana Lombarda e il suo futuro: a commentare i fatti è Umberto Regalia, ex direttore generale di Apl fino al 2012 e ora presidente dell’Agenzia per il Trasporto Pubblico Locale del Bacino di Milano, Monza e Brianza, Lodi e Pavia. «Quanto ci metterà il giudice a decidere? La questione è complicata ma è politicamente delicatissima anche perché siamo in campagna elettorale. Se Pedemontana fallisse per sentenza la lettura politico-mediatica sarà strumentale ed indifferente alla verità». Da tempo l’architetto di Busto Arsizio ha suggerito delle exit strategy per salvare Pedemontana: «Si dirà che il fallimento è colpa di chi oggi governa Pedemontana e Serravalle, senza prendersi il tempo di capire chi il disastro l’ha provocato», sottolinea Regalia. Rispetto alla richiesta di fallimento poi sottolinea: «La sentenza vera sul futuro di Apl è già scritta e l’ha firmata Antonio Di Pietro con il bilancio, quando ha messo nero su bianco che soldi non ce ne sono più: in cassa c’erano 30 milioni ma debiti per 300 (10 volte la cassa) e cause per 3 miliardi (1000 volte la cassa) e in compenso non c’erano più quattro quinti del contributo statale, non c’era il prestito atteso dal 2010 per completare l’opera e soprattutto non c’erano 300 milioni di Serravalle imposti dalla Convenzione con il Ministero, che Serravalle non ha. E se non li ha niente prestito e niente defiscalizzazione, Di Pietro ha detto che se non si risolvono tutti questi problemi entro fine anno la società chiude».