Eugenio Malnati si sfoga«Noi siamo i numeri uno ma lasciateci lavorare»

La Prealpina - 08/02/2017

Eugenio Malnati, storico imprenditore edile della provincia, ha 65 anni, «66 fra pochi mesi», ammette con un sorriso, e nella sua lunga carriera fra gru e cantieri ne ha viste tante, passando dal boom economico alle difficoltà del mattone.

E adesso vuole dire la sua, mentre si alimenta il dibattito su crisi e possibili soluzioni. L’occasione del suo ragionamento è la recente presentazione del rapporto “Einaudi” sull’economia globale su iniziativa della Banca Popolare di Bergamo. Ebbene, Malnati come molti altri colleghi era presente nella Sala Campiotti della Camera di commercio davanti agli economisti che hanno snocciolato dati e prospettive. «Molti amici mi sollecitavano a esprimere il mio pensiero al microfono e in effetti ci sono tante cose che vorremmo dire – incalza Malnati, volto noto anche nell’associazionismo, fondatore e sostenitore dell’Associazione Amici del Campo dei Fiori che si occupa della tutela, salvaguardia e pulizia dei sentieri del Massiccio -. Sentiamo tante belle parole che però non risolvono il problema di noi imprenditori e di conseguenza delle banche e degli italiani. Non dimentichiamoci che gli imprenditori italiani, con la loro inventiva, sono ancora oggi i migliori al mondo. Eravamo davvero la prima nazione, come gestione e produttività. I nostri predecessori hanno perso la guerra ma senza niente hanno rifatto l’Italia che oggi abbiamo… Noi però con le nostre tecniche innovative e gestionali non sappiamo gestire più questo Paese e creiamo solo debiti e insicurezza, cestinando le nostre vere capacità. Qualsiasi imprenditore nato dal nulla sarebbe in grado di risolvere il problema, naturalmente con carta bianca per intervenire sulla burocrazia creata».

Fuori dai denti, Eugenio Malnati se la prende con le «troppe cravatte», chiedendo di dare più spazio a chi sa ancora sporcarsi le mani con il lavoro e crede ancora di poter migliorare. Anche se a volte le difficoltà sembrano insormontabili.

«Non possiamo più andare avanti così – sbotta -. Davvero fino a 25 anni fa eravamo i migliori in assoluto, il mondo ci invidiava, poi è iniziato il declino ma di certo non per colpa dell’impresa, anzi. Da settima potenza economica al mondo rischiamo di fare una brutta fine perché le persone più valide sono tentate dall’andare a far fortuna all’estero. E lo fanno, perché quando vogliamo una cosa la otteniamo. Siamo bravi, perché negarlo? Ma la burocrazia e le mille incombenze statali ci soffocano, non hai tempo di programmare perché è sufficiente una carta bollata per fermare tutto e obbligarti a ripartire».

L’appello non è certo quello ad avere le mani libere, tutt’altro, ma l’alternativa, sembra dire il costruttore, non sono nemmeno le mani legate. Soprattutto quando associazioni e istituzioni cercano in mille modi di infondere ottimismo e coraggio, sia nell’affrontare gli investimenti sia nell’ammodernare le aziende. Perché se il tentativo corale è quello di rimanere sul mercato, le strade per raggiungere la meta non sono poi così chiare.

«Diciamo la verità, l’imprenditore oggi ha paura a investire – ribadisce Malnati -. Si rischia di perdere l’entusiasmo del fare, la voglia di programmare il futuro. Che cosa chiediamo? Nulla di strano, solo di tornare a quanto avevamo trent’anni fa, quando il nome dell’Italia era sinonimo di eccellenza e qualità nel mondo e nessuno poteva competere con noi. La nostra azienda è stata la prima in Lombardia a costruire e gestire un albergo ecosostenibile. Nel 2000 ho ricevuto dal Ministero la “patente” per essere direttore dei lavori nelle attività di recupero artistico, cioè per il restauro di edifici monumentali e anche per gli scavi archeologici. Un riconoscimento a quello che ho costruito e realizzato, non alla mia giacca e cravatta».