Elezioni: Bellinzona è più vicina

Domenica il Governo ticinese si è rinnovato o, almeno, ha sostituito una sola unità. I cinque componenti dell’esecutivo di quello che è un vero e proprio stato nella Confederazione, il Ticino, ha visto la sola sostituzione di Paolo Beltraminelli con Raffaele de Rosa in casa dei popolari democratici (Ppd), che sono l’anima centrista del neoeletto governo. Dunque, rimangono in carica i socialisti con Manuele Bertoli – partito che è cresciuto – i due esponenti della Lega dei Ticinesi Norman Gobbi e Claudio Zali che in questa tornata elettorale sono stati sostenuti anche dall’Unione democratica di centro, partito salito agli onori delle cronache in Lombardia e Piemonte per la campagna contro i frontalieri. Poi c’è il liberale radicale Christian Vitta, secondo per numero di voti ricevuti dopo il record di Gobbi (71312), e infine De Rosa per il Ppd. Nella giornata di ieri si sono capiti meglio alcuni equilibri anche all’interno del Parlamento ticinese, al rinnovo dei 90 membri anch’esso.

Un primo dato è stato l’astensionismo che ha penalizzato proprio i partiti più spostati a destra, Lega e Udc in tandem, una cosa che non accadeva davvero da anni per il partito fondato da Giuliano Bignasca. La stampa italiana che ha parlato di débâcle in casa leghista forse ha usato toni un po’ allarmistici, la politica cantonale ticinese non si misura con normali termometri utilizzati nel Belpaese.

Ci sono una serie di variabili ma certo la diminuzione percentuale di Lega e Udc a favore dei socialisti e pipidini potrebbe favorire maggiore governabilità e, qui veniamo un po’ all’inciso che riguarda le relazioni con l’Italia ed i paesi di confine, forse un ammorbidimento di certe posizioni. Va detto che proprio l’uscente Paolo Beltraminelli in diverse occasioni, come nella vicenda del blocco dei ristorni dei frontalieri che il Ticino voleva applicare due anni or sono, è stato un criticato ago della bilancia che ha in qualche modo impedito questo proposito utilizzato come metodo di pressione per costringere Roma ad andare alla firma dei già parafati accordi fiscali tra Svizzera ed Italia. Accordi che hanno mandato in subbuglio i frontalieri del territorio che si sono rivolti a Lega e Forza Italia per scongiurare la firma che avrebbe, secondo i lavoratori italiani, penalizzato fiscalmente solo loro equiparandoli quasi a soggetti con partita Iva in quanto a tassazione. Ipotesi respinta dai sindacati e dall’allora governo Renzi. Certamente la Lega di oggi non potrà mai firmare un accordo che ha contribuito a demolire quando era all’opposizione ma proprio questo stallo potrebbe essere nuovamente al centro di diatribe locali ed internazionali. Ci sono tuttavia altri temi che causano meno frizione ma che potrebbero vedere invece campi di collaborazione importanti come l’energia o i progetti per il clima per citarne due.

A questo proposito va ricordato che in tutta la Svizzera sono cresciuti i Verdi nel campo progressista, solo in Ticino l’avanzata è minore, forse un travaso di voti, un “soccorso rosso” per mantenere i socialisti in Governo a Bellinzona. Regione Lombardia ha “praterie” davanti a sé su diversi dossier per trattare con un Ticino che, nonostante le posizioni di taluni partiti di maggioranza relativa, ha sempre mostrato di essere un partner affidabile la cui attenzione per Milano cresce ogni giorno di più.