Ecco perché l’Eldorado è diventato un inferno

MALPENSA Selva di contratti e meno tutele. Radiografia della crisi

MALPENSA – Dieci anni fa, mentre esplodeva in tutta la sua gravità il caso Sea Handling (la società di servizi a terra allora interna al Gruppo Sea e di lì a poco privatizzata su obbligo della Commissione Ue – e pure pressione di alcuni aeroporti del Nord Europa – che ci vedeva un ricettacolo di aiuti di Stato) con la falcidia di un’azienda da 2.500 dipendenti, riuniti nel salone del Cral al Terminal 2 per un confronto in vista delle elezioni regionali 2013, politici e sindacalisti ragionavano sulle mitiche gabbie salariali. Anche allora Malpensa funzionava bene e il tema occupazionale con contratti da ridiscutere e cooperative da arginare era al centro del dibattito. Solamente che, per quanto proprio la vicenda SH avrebbe lasciato sul campo un migliaio di lavoratori nel processo di privatizzazione, nessuno abbandonava volontariamente il posto in uno dei due terminal della brughiera: restavano l’Eldorado del territorio. Mentre adesso un quadro simile, perché con movimenti e passeggeri che vanno sempre più su nelle percentuali le condizioni occupazionali vanno sempre più giù nel rapporto carichi-busta paga , ha come conseguenza una fuga senza paragoni. Per la quale, a sentire chi sa, chi ci opera, chi è costretto a contare le defezioni, una causa importante sarebbe la continua rincorsa dell’offerta più vantaggiosa nell’assegnazione degli appalti che reca in sé l’ovvio ribasso dei costi di produzione. Il punto è che a Malpensa, come in tutti gli aeroporti del mondo, i costi di produzione al 90 per cento corrispondono ai costi del personale. Quindi, per fare un esempio realistico, quando un società si aggiudica la gara per fornire un servizio importante a 20 euro all’ora, è ovvio che il dipendente avrà una paga commisurata. A fronte di turni che possono essere sia diurni sia notturni, che non consentono pause (pare che chi lavora sul piazzale non possa assentarsi neanche un minuto), che non fanno differenza tra feriali e festivi. Perché decolli e atterraggi non conoscono soste. E quel lo che una volta era un sacrifico accettabile in termini di vita personale, anche a causa del ribaltamento delle priorità nelle nuove generazione acuito dal periodo pandemico, è diventato un gioco ben lontano dal valore della candela. Non solo. Tutto quanto è appaltato a Malpensa. Sicurezza, handling, pulizie, ristorazione, spazi commerciali e via dicendo. Quindi, tutto rientra nella corsa all’offerta più vantaggiosa – particolare di fatto comune a ogni ambito della società – che si potrebbe anche dire al massimo ribasso. Questo, nell’aviazione civile, non risparmia nessun punto d’Italia: c’è chi sta peggio e quei 20 euro l’ora diventano 19. A ciò si aggiunga la sempre più costante presenza di cooperative, che non riguarda più come un tempo soltanto la Cargo City.

Dunque? Bé, se si vuole fermare la fuga e rendere un’opportunità di crescita sociale il ritorno di Malpensa ai numeri prepandemia, la riflessione deve tradursi in atti concreti. Innanzitutto, della politica. Ci sarebbe già una circolare di Enac che inviterebbe tutti gli operatori a rifarsi a un contratto quadro basato sui parametri di Assaeroporti, quindi con elementi di partenza uguali per tutti, da diversificare nelle specificità delle varie categorie. Magari non è come le gabbie salariali vagheggiate nel 2013, che prevedono condizioni economica legate al contesto. Potrebbe comunque essere un riferimento utile per fermare l’emorragia. E se si intende riferirsi al contesto, secondo le indicazioni del ministro Giancarlo Giorgetti, quello di Malpensa è strategico per la nazione.