Dopo vent’anni il tessile in piazza

Hanno vissuto anni di crisi quando le aziende di tutti gli altri settori navigavano in acque tranquille. Ora, nel momento in cui ci sono i primi segnali di ripresa da non farsi sfuggire, i lavoratori del tessile incrociano le braccia. Lo fanno a distanza di ben vent’anni dall’ultimo sciopero di categoria. Venerdì telai e macchine da cucire si fermeranno per ben otto ore. Accadrà anche in provincia di Varese, uno dei territori che ha fatto da culla al settore che oggi vanta ancora nomi importanti del Made in Italy. Uno su tutti, Missoni. All’origine della protesta il mancato rinnovo del contratto nazionale di lavoro. Ad essere coinvolti sono ben 420mila persone, diecimila delle quali proprio in provincia di Varese.

E proprio dalle fabbriche varesine partirà un pullman organizzato unitariamente da Filctem-Cgil, Femca Cisl e Uiltec-Uil per consentire ai lavoratori di partecipare al presidio previsto davanti alla sede di Smi a Milano, a partire dalle 10 del mattino. Dietro al pullman le auto di chi vorrà spostarsi in maniera autonoma.

«Noi chiediamo ai lavoratori di aderire in massa allo sciopero e alla manifestazione – sottolinea Antonio Parisi, (Uiltec Uil) che, con Daniele Magon (Femca Cisl) e Lorena Panzeri (Filctem Cgil) ha incontrato i dipendenti delle aziende varesine durante le assemblee – per dare un segnale forte al sistema Confindustria. Abbiamo firmato contratti nazionali non solo per altri settori ma anche con Confapi proprio per il tessile. Non è possibile che con Sistema Moda Italia ci siano posizioni non solo distanti ma in qualche caso anche provocatorie». La trattativa a livello nazionale è stata rotta qualche settimana fa. Un percorso difficile, in cui trovare un accordo sulla base della piattaforma presentata dai sindacati sembra quasi impossibile.

«Ci propongono un contratto – sottolineano le organizzazioni sindacali – che non risponde nel merito alla piattaforma approvata dai lavoratori. Noi chiediamo un contratto in grado di rinnovare qualitativamente le relazioni industriali e migliorare le condizioni di lavoro. Sul salario, poi, Smi sembra esclusivamente interessata a modificare l’impostazione sulle modalità e l’erogazione degli incrementi salariali che non diano nessuna certezza, rendendo così residuale il valore del contratto nazionale». Cgil Cisl e Uil, invece, chiedono la conferma di un sistema su due livelli di contrattazione, con il ruolo strategico del contratto nazionale sulle normative e sulla tutela del potere d’acquisto del salario. sul fronte degli incrementi in busta paga, i sindacati chiedono 100 euro medi sui minimi tabellari, oltre a un incremento salariale in tutte quelle imprese che non esercitano la contrattazione di secondo livello. Dopo sei mesi di stallo, ora la battaglia si fa dura. Tanto più che negli ultimi cinque anni il settore ha perso centomila posti di lavoro a livello nazionale «mentre il fatturato delle imprese – sostengono i sindacati – è rimasto sostanzialmente stabile, passando da 52 a 54 miliardi»

Rallenta anche il lusso: +3%

Dal 2016 è previsto un rallentamento per il settore del lusso, con una crescita annua tra il 2% e 3%. È la stima di David Pambianco, indicata in occasione del “Fashion&Luxury Summit 2016“, organizzato in partnership con Deutsche Bank in Borsa Italiana.

Il quadro tracciato da Pambianco per i prossimi cinque anni vede una crescita dell’online, che avrà un’incidenza del 15% sulle vendite totali fino a raggiungere il 20% da parte delle aziende leader. Verrà «completamente ripensato il ruolo del negozio monomarca con una riduzione della superficie media dei punti vendita» e ci sarà, quindi, «una forte spinta verso l’innovazione, con un aumento degli investimenti nel digitale e nella logistica», spiega il fondatore della divisione elettorale di Pambianco.

Anche Flavio Valeri, a capo di Deutsche Bank in Italia, aprendo i lavori del Convegno, evidenzia che «Il mercato del lusso, dopo anni di rapido sviluppo, si sta stabilizzando su una crescita più contenuta, confermandosi ancora uno dei mercati più interessanti che oggi vale oltre il 5% del Pil nazionale».