Donne ostaggio del capo

La Prealpina - 16/06/2022

 «Ho sopportato per cinque anni, ma alla fine ho detto basta». Questa la dolorosa testimonianza di Paola, 46 anni, una mamma laureata, assunta come impiegata tuttofare in una piccola azienda della provincia. Paola ha dovuto sopportare le peggiori angherie: urlate, offese, ricatti, permessi non accordati, con toni che si accendevano sempre di più e che le facevano temere la violenza fisica.

La voce di Paola si somma a quella di tante altre donne. C’è chi è costretta a tollerare messaggi via whatsapp di tono ambiguo e sdolcinato da parte del capo, che arriva a pretendere confidenze e contatti fisici (come mettere un braccio intorno al collo). Oppure quei «non è colpa mia se hai un figlio», con cui viene negata la richiesta di un permesso.

 

Queste sono alcune delle testimonianze presentate nell’ambito di “Le violenze di genere nel mondo del lavoro”, convegno organizzato dall’Organismo Paritetico Provinciale e sostenuto dall’ordine degli avvocati e degli ingegneri della provincia di Varese. Un momento per fare il punto sul tema della discriminazione sul mondo del lavoro nella provincia di Varese.

 

Nel 2021, l’ufficio della consigliera di parità della provincia di Varese – l’avvocato Anna Danesi – ha registrato 61 accessi (58 donne e 3 uomini). Di questi casi, ne sono stati presi in carico 12: sette le donne ad aver denunciato problemi di mancata conciliazione tra lavoro e famiglia (due collegate allo svolgimento della professione in smart working). Tre donne erano vittime di evidenti molestie (in un caso si trattava di stalking). Due casi sono stati risolti dalla consigliera di parità attraverso accordi stragiudiziali, mentre un intervento è stato portato in giudizio, davanti al giudice, dalla lavoratrice sostenuta dalla consigliera.

 

Il trend di quest’anno sembra essere identico a quello dello scorso. Nei primi cinque mesi, l’ufficio della consigliera di parità ha preso in carico sei casi di donne, due relativi a problematiche sul tema della conciliazione famiglia- lavoro; un intervento in giudizio è in corso. Quando la donna non riesce a conciliare le esigenze lavorative con quelle familiari solitamente lascia il lavoro. Il report elaborato con Camera di Commercio di Varese sulla convalida delle dimissioni delle lavoratrici madri entro i tre anni di vita del figlio mostra che, nel 2021, nella provincia, hanno lasciato il lavoro 686 lavoratrici con figli tra gli 0 e 3 anni, che rappresentano il 71,2% del totale delle dimissioni. La percentuale è inferiore a quella registrata nel 2020 (73,7%), ma purtroppo in crescita rispetto ai dati pre-pandemia (64,8% nel 2019, 65,75% nel 2018 e 68,83 % nel 2017). Nel 2022 hanno già lasciato il lavoro 400 lavoratrici, pari al 70,42% sul totale di 568. Di queste 400 donne, 163 hanno un’età compresa tra i 29-34 anni (40,75%) e 148 donne tra i 34-44 (37%).

Organizza l’organismo paritetico

Ieri, alle Ville Ponti, si è svolto il convegno “Le violenze di genere nel mondo del lavoro” organizzato dall’Organismo Paritetico Provinciale (OPP). Organismo che ha il compito di favorire, a livello provinciale, l’applicazione della normativa in materia di sicurezza sul lavoro nelle aziende del terziario e del turismo. L’Opp non persegue finalità di lucro e i suoi scopi e finalità sono quelli previsti dell’Accordo interconfederale siglato da Confcommercio Uniascom Varese e le organizzazioni sindacali confederali e di categoria della provincia di Varese, Cgil, Cisl e Uil. Il convegno è stato sostenuto dall’ordine degli avvocati e da quello degli ingegneri della provincia di Varese che hanno dato ai propri iscritti la possibilità di parteciparvi, totalizzando tre punti validi per la formazione continua.

Le molestie ci sono ma nessuno ne vuole parlare

La questione delle molestie sul luogo di lavoro è ancora aperta. L’indagine Istat a livello nazionale del 13 febbraio 2018, relativa agli anni 2015 e 2016, ha evidenziato che 1.404.000 donne in Italia hanno subito molestie o ricatti sessuali sul luogo di lavoro, ma l’80,9% non ne parla con nessuno. Come mai? Il 28,4% non dà importanza all’accaduto: spesso le molestie non vengono neppure riconosciute. Il 20,04% ha sfiducia nel sistema; il 15,1% ha paura di essere giudicata: il 9,3 ha senso di colpa e il 5,8% ha paura di conseguenze negative.

Eppure, come spiega Paolo Campanini (nella foto Blitz), psicologo del lavoro, le molestie anche psicologiche, o comunque in un ambiente di lavoro ostile, può far ammalare. «Aumentano l’ansia, la paura, i disturbi del sonno e possono insorgere situazioni di depressione – spiega Campanini – inoltre, possono aumentare assenteismo, infortuni, turnover. Il primo elemento che interviene a livello di salute può essere il rischio burnout, che è stato di recente ufficialmente ritenuto causa di malattia. In pratica, il lavoratore è talmente stressato e sotto pressione da sviluppare patologie. Quando ci sono aggressioni psicologiche da parte dei colleghi possono sopraggiungere disturbi dell’adattamento».

I luoghi di lavoro più a rischio sono quelli dove regna la disorganizzazione. Dove il rapporto di lavoro è precario, viene dato eccessivo valore alla gerarchia e manca una leadership capace di dimostrare con l’esempio quelli che sono i valori aziendali. La violenza può essere anche economica: con donne che ricevono il salario più basso rispetto agli uomini, o negazioni di benefit e straordinari non pagati.

Cosa si può fare per contrastare la violenza sul lavoro? «Bisogna far emergere il rischio. I dati sono importanti, ma è fondamentale dare voce alle testimonianze, perché la violenza di genere sul luogo di lavoro esiste e bisogna parlarne – ha aggiunto Rita Somma, formatrice della sicurezza – non ultimo, bisogna dotarsi di strumenti per aiutare le organizzazioni. La cultura della sicurezza non deve rimanere astratta, ma deve essere garantita nei fatti anche nelle piccole imprese, che nella nostra provincia impiegano la maggior parte dei lavoratori».

Lo smartworking è un modo per ghettizzare

Le violenze sul lavoro non si risolvono con lo smart working, anzi. In certi casi il lavoro da remoto può tarpare le ali alla carriera o nascondere un carico di impegno extra, non regolato nei tempi e nelle modalità. Se è vero che nel 2020, l’anno in cui la pandemia ha portato le aziende a introdurre lo smart working, alla consigliera di parità di Varese non sono arrivate segnalazioni di violenza o discriminazione sul lavoro. È altrettanto vero che lo smart working può diventare un modo per ghettizzare le donne lavoratrici. Donne a cui, scegliendo di lavorare in casa per esigenze di cura della famiglia, vengono precluse possibilità di crescita, spostamento, incarichi di responsabilità.
«Lo smart working ha permesso di gestire esigenze lavorative e familiari in un momento di riorganizzazione sociale. Ora bisogna fare altre valutazioni. Da una parte è vero che lo smart working può essere uno strumento che va nella direzione della conciliazione dei tempi, perché aiuta uomini e donne nella gestione dei figli e limita gli spostamenti. È pericoloso, però, se si associa lo smart working al genere femminile, perché in questo modo si ghettizzano le donne», precisa la consigliera di parità, l’avvocato Anna Danesi.
Nel 2021, ci sono state due donne che si sono rivolte alla consigliera di parità perché l’azienda non era disposta a concedere lo smart working nonostante i figli seguissero le lezioni a distanza durante il periodo di pandemia.
Anche gli uomini possono essere vittime sul lavoro: i tre uomini che si sono rivolti alla consigliera di parità di Varese nel 2021 lo hanno fatto perché il congedo parentale era stato rifiutato o per la difficoltà di vedersi riconosciuti permessi per seguire figli e famiglia. Durante il convegno di ieri, è stata data voce anche alla testimonianza di Gian, un uomo di successo che, lasciato dalla moglie, dovendo occuparsi del figlio, è stato messo davanti alla scelta: «Se vuoi fare carriera, devi mettere il tuo bambino in collegio». Gian non ha avuto dubbi e ha scelto di privilegiare la paternità, lasciando il lavoro e trovandone un altro meno retribuito.
Altre forme di violenza molto comuni sono i ricatti: la permanenza di una lavoratrice in un posto di lavoro, o il cambiamento dei suoi turni di lavoro, dipende da quanto è disposta a tollerare in termini di avances o sguardi da parte del capo. Anche la modalità di un colloquio, quando ad esempio se si svolge in una stanza chiusa, senza finestre, con un atteggiamento aggressivo, può essere definito violenza. Le lavoratrici possono ritenersi discriminate anche quando l’azienda si disinteressa alla loro sicurezza all’uscita dal posto di lavoro. Rimanendo sorda ad esempio ai timori delle impiegate di un call center che finiscano il turno a mezzanotte e che si sentono ogni giorno in pericolo.