DANIELE MARANTELLI Una chiacchierata che inizia parlando di sport e finisce (ovviamente) in politica

Serata di lunedì, suona il telefono: «Pronto?». «Sono Daniele Marantelli, avete visto cos’è successo? Ce l’abbiamo fatta: Pavoletti è in nazionale». Inizia così la chiacchierata più bella e inaspettata: dall’altra parte del telefono, da Reggio Calabria, c’è l’onorevole Marantelli che è appena tornato in campo con la sua maglia numero 10 della nazionale parlamentari. A due anni di distanza da quel piccolo “guaio” al cuore che lo aveva allontanato dal suo amato pallone. Perché è così orgoglioso per questa convocazione? Perché Pavoletti in nazionale l’abbiamo lanciato in tempi non sospetti noi a Varese. Perché, per una volta, contano i fatti come i 14 gol in serie A (se li confrontiamo con le presenze in campo, 25, in realtà pesano molto di più) e perché, particolare non irrilevante, lui non è uno dei tanti mercenari del calcio ma incarna i valori di un vero uomo. Lei una volta ci disse di avere parlato a quattr’occhi con Pavoletti. Prima della finale salvezza vinta contro il Novara gli dissi che a Varese avevamo avuto un altro indimenticabile livornese come Armando Picchi. Lui mi fece capire che quelle due partite sarebbero state le ultime con il Varese, ma non avrebbe tirato indietro la gamba e che le avrebbe giocate alla morte, proprio come Picchi. E così fece. Perché tutta Italia ha tifato per Pavoletti in nazionale? Perché questo giocatore non aveva una grande squadra, un importante procuratore o un uomo immagine a spingerlo. Ma soltanto i suoi gol e il suo amore per il pallone. Al mio amico ultrà genoano Mario Tullo dissi, quando Leo arrivò al Genoa: sarà l’attaccante italiano più forte del campionato e andrà in nazionale. Lui mi diede del matto, ma dopo i primi gol mi chiamò e disse: hai ragione tu. Una volta al Franco Ossola l’abbiamo vista urlare insieme a tutto lo stadio “Leo-Leo”: confessi. Era una cosa che mi veniva da dentro, viscerale e antica. Mi era capitata solo per un altro giocatore del Varese: Pietro Anastasi. Sono persone vere che ti tirano fuori tutto quello che hai dentro. La giustizia di un paese in cui i processi duravano nove anni non può diventare immediatamente la più veloce del mondo. Ma intanto il trend l’abbiamo invertito: da sei milioni di cause pendenti siamo a poco più di quattro e l’Italia è l’unica in Europa ad avere informatizzato i tre gradi di giudizio. Lo dico senza trionfalismo, perché quando ci rinfacciano di essere tra i paesi più corrotti del continente non si è lontani dal vero. Ma anche qui proviamo a cambiare rotta. Lei continua a credere nel presente e nel futuro: perché? Perché abbiamo un’energia pura che gli altri nemmeno si immaginano: i ragazzi e i giovani, come quelli che ho visto al Granillo. Ma cosa ci fa a Reggio Calabria? Ho partecipato a un evento sulla legalità, in una terra tanto bella quanto ferita dalla criminalità. Mi trovavo allo stadio Granillo in mezzo a tutte le istituzioni (dal capo della polizia Pansa al vicepresidente del Csm Lenini e al presidente del Coni Malagò) ma soprattutto in mezzo ai ragazzi calabresi: guardandoli e ascoltandoli ho respirato la speranza ma ho anche avuto una stretta al cuore. Pensando che tanti di loro potrebbero non avere mai un’occasione. E mi è venuta in mente una persona. Chi? Una donna calabrese vedova, sempre vestita di nero, che lasciò negli anni ’60 Grotteria per dare un futuro ai suoi sei figli. Quella donna si trasferì a Calcinate degli Orrigoni e venne a vivere di fianco al mio cortile. Mio padre a volte mi diceva “Portale un po’ di legna che deve scaldarsi”, ora i suoi sei figli hanno trovato tutti la loro strada e noi a Varese, anche grazie a loro, abbiamo coltivato il nostro benessere. Al Granillo è come se avessi rivisto la signora Immacolata, una donna del popolo che pur non avendo una cultura immensa possedeva un fuoco e dei valori straordinari. Non andrà sui libri di storia, ma in quello della mia vita. Com’è andata la sua prima vera partita dopo due anni? L’accoglienza dei compagni e dell’allenatore De Sisti è stata eccezionale. Come il gesto affettuoso del sottosegretario Luca Lotti che mi ha ridato la maglia numero 10. Si giocava un triangolare con magistrati e prefetti, sono entrato in campo nella seconda partita a 15 minuti dalla fine: il triangolare l’abbiamo vinto noi, e al di là delle battute che mi hanno fatto («Se torna Marantelli si vince»), contavano il clima e l’obiettivo. Non possiamo non parlare un po’ di politica, lo sa? Lasciamo perdere Varese, se ne parla già fin troppo, e andiamo su una cosa più importante: il referendum costituzionale voluto da Matteo Renzi. Cosa sta succedendo? Sarebbe un danno grave per il paese se, pur di abbattere il referendum, si ricominciasse tutto da zero. Abbiamo l’occasione di cambiare la seconda parte della costituzione per decidere, una volta per tutte, che chi vince governa oppure per separare con chiarezza le competenze di stato e regione, oppure ancora tagliare i costi e il numero dei senatori. Sfido chiunque a chiudersi in una stanza e uscire con una soluzione unica, perfetta e condivisa su tutti questi argomenti. E quindi? Vi rispondo con la stessa cosa che scriveva Terracini, che controfirmò la carta costituzionale, già negli anni ’60, quando Renzi non era nemmeno nato: «Auspico un superamento del bicameralismo». Ognuno può avere delle riserve su questo o su quel punto della riforma, anche io ne ho, ma l’alternativa è mantenere lo status quo. Restare anchilosati e ancorati al passato invece di trovare uno strumento moderno per affrontare le sfide più grandi che ci aspettano. Vi faccio un altro esempio. Prego.