Dalla scuola al lavoro L’alternanza funziona

«Un passo avanti storico». Lo hanno definito tutti così: il prefetto Giorgio Zanzi, il presidente della Provincia Gunnar Vincenzi, il dirigente dell’Ufficio scolastico Claudio Merletti; e poi i massimi livelli di Camera di Commercio, Inail, Aziende Sanitarie Insubria, Sette Laghi e Valle Olona, Università Insubria e Liuc, i dirigenti scolastici. L’Accordo quadro interistituzionale per l’alternanza scuola lavoro, firmato ieri a Villa Recalcati, mette a sistema una situazione prima lasciata all’intraprendenza dei singoli soggetti e pone il Varesotto all’avanguardia non solo in Lombardia, ma nell’intero territorio nazionale. Qualche numero per capire meglio: durante lo scorso anno scolastico sono stati coinvolti in stage, presso enti pubblici e privati, 16mila studenti iscritti alle ultime tre classi delle medie superiori; quest’anno saliranno a 22mila (in pratica la totalità dei ragazzi) per un totale di 20 milioni di ore. «Andiamo incontro alle esigenze della legge, che ha reso obbligatoria l’alternanza, di alunni e famiglie, ma anche delle nostre aziende in questo momento di ripresa economica» afferma Paolo Bertocchi, consigliere provinciale delegato all’Istruzione. Per il territorio non si tratta di una novità assoluta. Dall’inizio del nuovo millennio si sono susseguite le sperimentazioni in tal senso, sempre con risultati positivi: «Il ragazzo ha bisogno di essere immesso nella vita anche dal punto di vista delle relazioni col mondo del lavoro» ricorda Merletti. E Vincenzi promette di voler promuovere l’iniziativa con i sindaci perché «se ne facciano carico nelle rispettive amministrazioni». In pratica, cosa accade?

«L’alternanza scuola lavoro -recita l’accordo- è una esperienza formativa e orientativa fondamentale. Consiste nella realizzazione di percorsi progettati, attuati, verificati e valutati, sotto la responsabilità dell’istituzione scolastica o formativa, sulla base di apposite convenzioni con le imprese (pubbliche, private, enti pubblici, ndr) disponibili ad accogliere gli studenti per periodi di apprendimento in situazione lavorativa»; senza che ciò, ovviamente, costituisca un rapporto individuale di lavoro. Insomma, un “ponte” sistematico tra scuola e professioni per «correlare l’offerta formativa allo sviluppo culturale, sociale ed economico del territorio».