Dai libri al primo lavoro dopo la laurea breve

Più iscrizioni, laureati più giovani e in tempi rapidi ma con più difficoltà all’ingresso nel mondo del lavoro. A venti anni dalla nascita del sistema universitario “3+2” il bilancio delle lauree triennali non è soddisfacente. I numeri a livello nazionale evidenziano che solo il 40 per cento di studenti sceglie di fermarsi dopo i primi tre anni di studi: se l’obiettivo della riforma era creare percorsi di studio più snelli per entrare più in fretta nel mercato del lavoro il suo raggiungimento è ancora lontano. Il 58 per cento degli iscritti infatti preferisce continuare gli studi: la laurea magistrale è infatti ritenuta più spendibile sul mercato del lavoro. I dati sugli sbocchi professionali confermano questa tendenza: il 71 per cento di chi si ferma alla triennale è occupato e ottiene uno stipendio medio netto mensile di 1.107 euro. Poco più della metà degli studenti lavora in settori coerenti con il proprio titolo di studi (52,8%) e con un contratto a tempo indeterminato (56%). Luigi Berlinguer, padre della riforma, troverebbe un minimo sollievo guardando i dati dell’Università dell’Insubria di Varese: qui, secondo l’ultimo rapporto AlmaLaurea, la percentuale di laureati che decidono di fermarsi al titolo di primo livello sale al 63,2% e il tasso di occupazione è dell’80,9%, più alto di quasi dieci punti percentuali rispetto alla media nazionale. Anche gli stipendi sono migliori: in media 1.276 euro in busta paga al mese. Scorporando il dato si nota però come la maggioranza degli occupati usciti da un corso di laurea triennale ottenga un contratto “non standard”, cioè a tempo determinato oppure a chiamata. La percentuale è del 36%, contro il 25% dei contratti a tempo indeterminato e al 9,3% di lavoro autonomo. Numeri in linea con la tendenza nazionale, anche se va sottolineata una percentuale maggiore sui contratti stabili: in Italia solo il 19% degli studenti triennali ottiene subito un impiego a tempo indeterminato. Poco meno di otto studenti varesini su dieci lavorano nel settore privato, appena il 13,5% nel pubblico. La restante quota opera nel non-profit (7,8%). L’ambito dei servizi assorbe ben il 86,5%, mentre l’industria accoglie solo il 9,3% degli occupati. Ancora più marginale la quota di chi lavora nel settore dell’agricoltura, inferiore al 2%. Ben uno studente triennale su cinque usciti dall’Insubria infatti ha trovato lavoro nell’ambito sanitario. Il numero sulla coerenza del titolo di studio rispetto al lavoro svolto trova conferme nell’ateneo varesino: il 53,7% dei laureati triennali reputa molto efficace o efficace il proprio percorso di studi se confrontato con la professione attuale. Il dato nazionale è di poco inferiore: 52,8%. Passando al lato più accademico della questione gli effetti della nascita del sistema “3+2” sono più positivi: la regolarità dei corsi di studio è triplicata dal 1999 a oggi, passando dal 15,3 al 51%. Anche il tasso di frequenza delle lezioni è cresciuto fino al 69% rispetto al precedente 55,4% mentre l’età media del conseguimento della laurea è sceso da 27,2 a 26 anni. L’Insubria su questo aspetto ottiene risultati complessivamente migliori rispetto alla media nazionale: le lauree arrivano a 25,5 anni grazie ai 24,8 anni dei laureati di primo livello, che bilanciano i 26,9 delle magistrali. Tornando al livello nazionale la riforma Berlinguer ha aumentato il tasso di laureati dal 10% al 26,7%. Ancora pochi però rispetto al resto d’Europa: in classifica restiamo penultimi davanti alla Romania.