«Credetemi, qui per le aziendenon a parlare del referendum»

La Prealpina - 04/11/2016

Esce nel cortile della Yamamay alle 15.17 allo stesso passo deciso con il quale tre quarti d’ora prima era entrato nella sede dell’ultima delle «tre grandi aziende della provincia di Varese» visitate ieri. Il premier Matteo Renzi è allegro, abbronzato, contento, prontissimo nonostante i tempi contingentati ai selfie con un gruppo di Giovani democratici gallaratesi, a dar loro il cinque, a complimentarsi con la diciannovenne consigliera comunale piddina Anna Zambon. Del resto, è il futuro del suo partito. Poi, vista l’insistenza delle richieste, si concede anche alla stampa. «È stato molto bello», riassume la mezza giornata varesotta, giocando d’anticipo. «Nel giorno in cui l’Istat segnala che da quando c’è questo Governo si calcolano 655mila posti di lavoro in più, mi ha fatto piacere incontrare imprese all’avanguardia nel nostro sistema produttivo». La domanda però arriva mentre si gira per rientrare nella Thema blu d’ordinanza ed è corale: presidente qui per il referendum? Risposta con sorrisetto beffardo: «So che non ci crederete, ma del referendum non abbiamo parlato». Sì, difficile. Crederlo. Si va sulla fiducia. «Certo, o si cambia o l’Italia non migliora», aggiunge comunque. «Eventualmente per questo farò un’altra tappa a Varese o in provincia».

Si vedrà, se c’è tempo e modo. Con uno sguardo Renzi lascia l’ipotetica incombenza a parlamentari e dirigenti locali del Pd che lo circonda dalla mattina: gli onorevoliDaniele Marantelli, Angelo Senaldi e Maria Chiara Gadda, i segretari regionaleAlessandro Alfieri (la sua ombra) e provinciale Samuele Astuti. Così, per il momento lui se ne va soddisfatto dell’intensa tappa alla Yamamay seguita a quelle alla Ilva e all’Itc di Saronno. Visite private in veste pubblica. Infatti, al seguito c’è pure l’europarlamentare Lara Comi (FI), nonché l’inevitabile schieramento massiccio di forze dell’ordine. Quale lo scopo? Lo spiega Alfieri: «Dimostrare la vicinanza del Governo alle aziende del territorio».

Quarantacinque minuti prima, a fare gli onori di casa c’è ovviamente il cavalier Luciano Cimmino (presidente della holding che riunisce Yamamay, Carpisa e Jaked, 2mila dipendenti), ex deputato e vicepresidente di Scelta civica, che nell’attesa dell’illustre ospite non ha problemi a comunicare il suo endorsement referendario: «Non capisco Mario Monti che si è schierato per il no. Io ormai sono fuori dalla politica, ma faccio il porta a porta dicendo di votare sì». Questo già vale la sfacchinata del premier. Intanto arrivano il prefetto Giorgio Zanzi, il sindaco leghista Andrea Cassani senza fascia tricolore («Non è un appuntamento istituzionale») e con una lettera in mano, il presidente degli industriali varesotti Riccardo Comerio. Renzi si palesa alle 14.30. Saluta ed entra rapido nella sede del colosso dell’abbigliamento. Qui si confronta con Cimmino, i vertici aziendali e le autorità, quindi incontra i 220 dipendenti e si lascia andare a selfie contrappuntati da un invito «a comprendere che siamo in un grande Paese».

Nel mezzo Cassani gli consegna la lettera. «Egregio presidente…», scrive il sindaco. Per dire che «non abbiamo i soldi per ristrutturare le scuole dove studiano i nostri figli», che il Comune «ha ricevuto come trasferimento nel 2015 una somma ridicola rispetto a quella ricevuta da Comuni simili per abitanti» (2,9 milioni contro i 12,6 di Ercolano, i 7,9 di Civitavecchia, i 5,9 di Acireale), che «soltanto dando fiducia a chi è irreprensibile si potrà risollevare uno Stato deficitario e non già con una riforma costituzionale che accentra ancor di più le competenze in sfregio all’articolo 5 della Costituzione che promuove le autonomie locali».

Alle 15.20 il premier è in auto sulla via di Mantova. Cimmino assicura: «Non è stato un incontro politico». Comerio conferma: «Si è informato sullo spaccato imprenditoriale della provincia. Non si è parlato di referendum». Ma Cassani malizioso chiosa: «Sì, non ne ha parlato con i dipendenti…».

«Col Jobs Act ne ho assunti 400»

È un estimatore di questo Governo, oltre che un importante imprenditore capace di proiettare il Made in Italy nel mondo, il cavalier Luciano Cimmino. Non lo dice espressamente. Lo fa capire con due affermazioni nell’attesa dell’arrivo del premier Matteo Renzi. La prima: «Gli dirò che grazie al Jobs Act io ho assunto 400 persone in più. Il nostro gruppo è passato da 1.600 a 2mila dipendenti». La seconda: «Non so se parleremo di referendum. Se dovesse chiedermelo, io sono per il sì».

Lavoro e riforma. Sono i temi naturali della tour varesotto di Renzi. Del quale alla Yamamay hanno avuto certezza mercoledì. «Anche se lo avevamo intuito da qualche settimana che potesse farci visita», spiega il presidente della Pianoforte Holding che riunisce il marchio dell’intimo, Carpisa e Jaked. «Per me ha duplice significato. Sono un imprenditore prestato alla politica. Sebbene ritenga di saper fare meglio il mestiere che faccio da 54 anni».

Tuttavia in politica Cimmino non ha sfigurato. Ha preso 120mila voti nella sua Napoli ed è diventato deputato di Scelta civica nel 2013. «Eletto con consenso d’opinione», rimarca. «Mi sono dimesso alla fine del governo di Mario Monti». Respiro, quindi: «Sono fuori. Non sento Monti da aprile. Peccato, ci ha convocato in tanti e ci ha lasciato orfani di padre vivo. Poi non ho capito la sua scelta di schierarsi per il no».

Poco male. Adesso il presente è Renzi.