«Così il lago di Varese potrà tornare a respirare»

La Prealpina - 07/07/2017

«Noi ci siamo e abbiamo anche buoni progetti. All’Insubria il lago di Varese è conosciuto bene. Attendiamo che il sindaco Galimberti, il presidente della Provincia Gunnar Vincenzi e i rappresentanti dei comuni rivieraschi ci chiedano consiglio». Il professor Marco Saroglia è stato per molti anni docente di Acquacoltura all’Università dell’Insubria, ora ha lasciato l’insegnamento ma continua a impegnarsi per i progetti dell’ateneo e per la materia che meglio conosce. Come sta il lago? «La domanda giusta da fare è che cosa si potrebbe fare, per il nostro lago. Gli anni sono passati, le tecnologie si sono affinate ma quello che non è stato ancora fatto, secondo il mio modesto parere, è guardare al problema e alla salute del bacino lacustre da tutelare, cambiando prospettiva».

Soluzione non più “nel lago” ma guardano oltre. Portando via ciò che fa male, senza spendere palate di milioni di euro.

«Una idea su come eliminare il fosforo, all’Insubria l’avremmo, come dimostrano i calcoli e i costi eseguiti dal tecnico Santo Cassani – dice il professor Saroglia -. Invece di strani e complessi progetti, basterebbe spostare il fosforo, con una adeguata quantità di acqua, in un canale che possa servire per l’irrigazione, facendolo giungere per esempio al Villoresi, in questo modo si potrebbe utilizzare quell’acqua per irrigare le colture e non si danneggerebbero altri bacini lacustri».

La traduzione, in modo semplice e che potrà forse fare inorridire esperti ambientalisti, è la seguente. Con una dozzina di chilometri di condutture, si potrebbero portare fosforo e acqua verso i canali irrigui e utilizzare dunque queste acque per fare crescere le colture. «Invece di spostare l’inquinamento da un punto all’altro, tramite il Bardello verso il Lago Maggiore, togliamo del tutto il fosforo dal nostro lago o almeno procediamo con una diminuzione significativa e relativamente poco costosa».

La salute del lago è collegata ovviamente agli scarichi che ancora continuano a “inondare” il bacino lacustre che dà un imprinting unico al territorio. «Bisognerebbe eliminare completamente questi scarichi e le immissioni che avvengono tramite fogne, scolmatori e scarichi». La ricetta per uno stop adeguato sembra la più facile del mondo, ovviamente il procedimento e non è mai stato eseguito e il nostro lago sta attendendo, come avviene ormai tutti gli anni, il conto alla rovescia per l’invasione di alghe tossiche. Le fioriture algali si moltiplicano quando le temperature salgono: i cianobatteri “sono” alghe che possono liberare sostanze tossiche. Il fosforo si accumula nel fondo del lago, dà il “la” alla produzione di alghe, contribuisce alla mancanza di ossigeno e dunque all’eutrofizzazione. In sostanza fa ammalare il lago, non lo fa più respirare. «Il prelievo delle acque in profondità, è chiamato prelievo ipolimnico ed è un sistema già attuato in passato tra la fine degli anni Novanta e il Duemila e aveva dato risultato più che buoni – continua il professor Saroglia -, ma adesso si possono attivare sistemi di prelievo diversi, portano via soltanto l’acqua più ricca di fosforo senza immetterla nel Bardello e dunque in un altro lago ma utilizzandola per altri fini, senza procedimenti complicati e molto costosi, salvaguardando anche altri bacini lacustri nei quali comunque finiremmo con l’immetteremmo altre sostanze». Al capezzale del lago si alternano, affiancano e lavorano in sintonia ma senza soluzioni decisive vari enti.

Associazioni dei comuni rivieraschi, Osservatorio e singoli enti che hanno a cuore il destino del lago, tra cui la Cooperativa dei pescatori che tanto si è battuta per un sistema di fognature adeguato.

Negli anni scorsi si sono moltiplicati i progetti e le sperimentazioni, compresa quella collegata al phoslock, un materiale argilloso modificato con lantanio, che ha la capacità di catturare il fosforo. Il rimescolamento dei fanghi che più volte è avvenuto in seguito a piogge ingenti e altri fenomeni naturali, avrebbe portato, secondo il professor Saroglia, al sollevamento, insieme ai fanghi, del lantanio, causando un inquinamento da metallo pesante la cui portata sarebbe stata molto pericolosa.