«Chiesa libera, non impaurita»

La Prealpina - 30/03/2018

Nato a Milano, cresciuto a San Domenico di Legnano, pro vicario generale accanto al cardinale Carlo Maria Martini, assistente diocesano di Azione Cattolica, parroco a Cesano Boscone, prevosto di Busto Arsizio e, infine, vicario episcopale della zona II di Varese.

Il vescovo Franco Agnesi è pienamente figlio della nostra terra e ora diventa il numero 2 della Diocesi. Ieri mattina l’arcivescovo Mario Delpini lo ha nominato vicario generale, incarico che lui stesso ricopriva quando sulla cattedra di Ambrogio sedeva il cardinale Angelo Scola.

Delpini ha scelto poi altri collaboratori: don Carlo Azzimonti sarà vicario episcopale della zona I a Milano; don Giuseppe Vegezzi (ora prevosto a Rho) sarà vicario a Varese; don Luca Raimondi sostituirà nella zona IV, da Rho a Busto Arsizio, il compianto monsignor Gian Paolo Citterio; don Antonio Novazzi sarà vicario nella zona di Sesto San Giovanni, don Mario Antonelli diventa vicario episcopale di settore; il prevosto di Gallarate, monsignor Ivano Valagussa, passerà al ruolo di vicario episcopale per la formazione permanente del clero. Tutte le nomine saranno effettive a partire dal primo luglio.

Monsignor Agnesi, archiviati i recenti guai di salute, ha accolto questa nuova “promozione” con la consueta bonomia: «Non me lo aspettavo, vivevo già in una prospettiva di collaborazione e con Delpini ho lavorato a lungo in passato. Nella logica delle cose ci sta, ma non era previsto».

La prima reazione?

«Stupore e fiducia, ho grande stima dell’arcivescovo, mi sento in sintonia con lui e volentieri mi darò da fare. Il compito del vicario generale è la collaborazione».

Dopo sei anni dovrà lasciare Varese…

«Questo mi dispiace. Stavo iniziando a entrare in maniera più approfondita nel servizio di vicario episcopale, che non sostituisce la presenza capillare di parroci, presbiteri e diaconi, ma fa da collegamento. Si cerca di provvedere al meglio alla vita delle parrocchie: il ruolo può essere benissimo svolto da altri, l’importante è quel lavoro di squadra cui Delpini ci ha richiamato».

Contento che sia don Giuseppe Vegezzi a sostituirla?

«Molto, è un dono grande. È saggio, di grande esperienza, luminoso».

Delpini chiede di portare il «lieto annuncio» in una società in cui regnano «malumore, scontento, frustrazioni e depressioni». Come si concretizza?

«In un volto di Chiesa sciolta, libera, che non vive di ansie, nostalgie e paure ma è consapevole delle difficoltà del momento, che sa riconoscere che la ricchezza che ha viene dal Signore, dalla Parola di Dio, dalla lettura dei tempi. Nell’omelia risuona il cammino ambrosiano degli ultimi 30 anni con Martini, Tettamanzi e Scola: la sottolineatura della Parola, la cura delle persone in difficoltà, il discernimento e giudizio sulla storia. Non restando mai impauriti né chiusi. Non so ancora esattamente cosa dovrò fare io, il diritto canonico dice che “quando non c’è l’arcivescovo c’è il vicario generale” ma lui è ben presente. Avremo tempo di chiarire tutto, altre nomine completeranno la riorganizzazione del governo centrale della diocesi».

Cosa sta più a cuore?

«La riforma del clero, il chiederci cosa significhi oggi svolgere un ministero non in modo individualistico ma insieme. Quali scelte dobbiamo compiere, quali stili assumere. Penso alle vallate del Varesotto: se sia opportuno avere un prete che vive isolato in un paesello o pensare forme di vita comune da cui partire per servire le comunità. Va ripensata la collaborazione tra le parrocchie, è inimmaginabile che ognuno cammini per conto suo. Lo scambio di doni è segno del Vangelo, come la vicinanza alla vita della gente, il rilancio di una politica di servizio, l’immaginare una società con nuove presenze di cattolici e non cattolici che vengono da altri Paesi. L’arcivescovo ci fa sognare con i piedi ben radicati per terra, da buon ambrosiano e da buon varesotto».

Lo sguardo ora si allarga a tutta la Diocesi, la vasta terra ambrosiana…

«La conoscevo per gli incarichi in Azione Cattolica e come provicario, ma seguivo più il mondo laicale e associativo. Sono passati tanti anni, non devo pensare di sapere già. Non vorrei essere minestra riscaldata, dobbiamo capire come cucinare oggi. Dobbiamo ripensare forme di trasformazione del cibo per tutti».